Tutti i libretti di Verdi sono tratti da fonti letterarie, la maggior parte delle volte straniere, da Schiller fino a Shakespeare, passando attraverso Hugo. Con Verdi il rapporto compositore-librettista mutò radicalmente. La sua conoscenza culturale e letteraria lo portò a esercitare un forte controllo sull’operato dei librettisti.
Verdi lavorò con molti librettisti, ma con due in particolare strinse un rapporto di amicizia oltre che di lavoro: Francesco Maria Piave – che scrisse per il compositore ben dieci libretti – e Arrigo Boito, che si occupò del rifacimento di “Simon Boccanegra” e della stesura dei libretti delle ultime due opere di Verdi, “Otello” e “Falstaff”. Fu importante però, per il compositore, anche la collaborazione con Temistocle Solera (scrisse i libretti per alcune delle opere appartenenti alla cosiddetta “prima maniera” e agli “anni di galera”) e con Salvatore Cammarano, con cui intraprese un rapporto certamente meno autoritario e rigido vista la fama dello scrittore.
Secondo Verdi, il libretto d’opera non doveva essere un’opera d’arte a sé stante con un valore proprio, ma doveva essere adeguato all’opera e plasmato su di essa. Ecco che il libretto per Verdi deve essere prima di tutto adatto ad essere musicato. Queste sono le ragioni che spiegano il rapporto del compositore con i suoi librettisti e il controllo che ha esercitato nella stesura delle parole che poi avrebbe musicato. Esemplare in tal senso la lettera-contratto di Antonio Somma relativa alla composizione di “Un ballo in maschera”: “Oltre la sceneggiatura che mi favorirete converrà pel ritmo musicale, che vi annotiate in margine la forma delle stanze, del verso e del numero di questi per ogni stanza, perché io possa più facilmente offrirvi la poesia che conviene” (ABBIATI II, pag. 450). Alla luce di queste considerazioni comprendiamo ancora meglio in che senso Verdi fu un artista a trecentosessanta gradi e in ogni suo aspetto.