07/12/2025

In quest’atmosfera prenatalizia del 7 dicembre, mentre tutti attendevano intrepidi la Prima scaligera, abbiamo assistito a una Tosca di tutto rispetto al Teatro Comunale di Ferrara. Con Puccini, se il cast è buono, si vince sempre.

La messinscena, affidata a Luca Orsini per la regia, ha raccolto consensi anche nelle precedenti tappe (al Comunale di Modena) per il suo impianto di solida tradizione, arricchito da una profonda cura del dettaglio drammatico.

Photo (c) Rolando Paolo Guerzoni

Si legge dal libretto di sala: “Le scene di Giacomo Andrico, insieme ai costumi di Rosanna Monti, tratteggiano questa Roma in chiaroscuro come fossero rovine dipinte in un quadro spagnolo, con i toni prevalenti del rosso che rappresenta il sangue, e le passioni forti che attraversano quest’opera e la sua musica. […] In un’epoca di digitalizzazione sfrenata e di intelligenza artificiale diventa essenziale preservare una tradizione e una capacità di “fare a mano” che il teatro aveva e possiede ancora”. L’impressione visiva è stata perfettamente aderente a questa dichiarazione.

L’impianto scenico, pur evocando l’architettura neoclassica con il gioco di incastri e colonne romane in rovina, ha saputo creare atmosfere ricche di pathos. Un’estetica non fine a sé stessa, ma funzionale, che ben si adatta al libretto.

La regia di Orsini si è dimostrata attenta e rispettosa, guidando i cantanti a muoversi con cognizione di causa in un palcoscenico vivo. Efficaci e suggestive le luci di Tiziano Panichelli, che in più momenti hanno saputo creare un suggestivo taglio caravaggesco, specialmente nel secondo atto a Palazzo Farnese, amplificando la violenza psicologica del confronto tra Tosca e Scarpia.

Abbiamo notato un’ottima gestione dei particolari che elevano l’azione drammatica oltre la mera esecuzione: un vero odore di incenso nel maestoso Te Deum che avvolge il primo atto con un fumo sacro e opprimente; la presenza della pala della Maddalena e la statua della Madonna con candele votive. Nel cruciale finale del secondo atto, è risultato intenso e drammatico il gesto di Tosca di poggiare i candelabri e di lasciare bruscamente il crocifisso sul petto di Scarpia all’udire lontano il rullo di tamburi dell’esecuzione. L’unica riserva riguarda la ricostruzione delle mura di Castel Sant’Angelo nell’ultimo atto, la cui conformazione non risulta immediatamente riconoscibile. Tuttavia, questa lieve carenza si riscatta nel finale: una proiezione dell’angelo con la spada, elemento distintivo del Castello, che suggella visivamente il tragico salto nel vuoto della protagonista.

Photo (c) Rolando Paolo Guerzoni

Sul versante musicale, il ruolo del titolo ha visto il felice debutto di Maria Teresa Leva nei panni di Floria Tosca, tratteggiando una protagonista complessa e interamente credibile. Il soprano ha incarnato ogni sfumatura del personaggio con sicurezza interpretativa: dall’artista capricciosa ma amorevole del primo atto, alla donna coraggiosa e omicida del confronto con Scarpia, fino all’amante disperata che si arrende al destino nel finale. Dal punto di vista tecnico, la cantante ha messo in mostra una vocalità omogenea e ben calibrata in tutti i registri, con un’emissione sempre a fuoco e un ottimo squillo negli acuti. La Leva ha dato la maggiore prova di sé nel celebre “Vissi d’arte“, regalando al pubblico intensi e bellissimi pianissimi e cantando con una partecipazione emotiva palpabile.

Giorgio Berrugi ha portato in scena un Mario Cavaradossi dall’interpretazione in crescendo. Sebbene nel primo atto il tenore sia apparso prudente, quasi trattenuto (si sa che “Recondita armonia” è da subito un banco di prova non semplice) l’artista si è progressivamente sciolto, conquistando l’apice espressivo nel terzo atto. Berrugi possiede un bel timbro nobile e omogeneo, mai esagerato e privo di spigolosità. La sua interpretazione di “E lucevan le stelle” è risultata appassionata e corretta, pur non raggiungendo forse picchi di eccezionalità.

A reggere il dramma è stato lo Scarpia di Dalibor Jenis. Il baritono, dal timbro solido e sicuro, ha offerto un’interpretazione spietata nel secondo atto, senza mai scivolare nella volgarità, mantenendo sempre la giusta autorità richiesta dal ruolo. Tuttavia, in alcuni passaggi, in particolare sulle note più gravi, la voce è apparsa leggermente artefatta, inficiando in parte la piena comprensione delle parole. Nonostante questa riserva sulla chiarezza del dettato nei registri più bassi, la sua performance si è dimostrata un pilastro di solida vocalità e di convincente aderenza al personaggio.

Photo (c) Rolando Paolo Guerzoni

Completano il cast il Cesare Angelotti di Gaetano Triscari, che ha convinto con il suo timbro grave e sicuro, mentre Roberto Abbondanza (Sagrestano) ha brillato per l’ottima proiezione e pienezza vocale, muovendosi con assoluta disinvoltura sul palco. Corretti e funzionali sono risultati anche lo Spoletta di Aldo Sartori e lo Sciarrone di Tamon Inue. Deliziosa per l’ingenuità del canto Silvia Dilegue, il Pastorello che allieta il sorgere del sole con il suono lontano delle campane delle chiese di Roma.

Sul podio il Maestro Stefano Ranzani ha diretto egregiamente l’Orchestra dell’Emilia-Romagna “Arturo Toscanini”. La sua è stata una lettura equilibrata, sempre in funzione e al servizio della linea di canto dei protagonisti, dosando il suono con maestria in modo che nessuno fosse soverchiato. Acusticamente pregevole è stata l’idea di posizionare l’arpa in un palchetto, permettendo al suo suono soave di espandersi in maniera ottimale nei momenti topici.

Il Coro Lirico di Modena (Maestro Giovanni Farina), insieme al Coro di Voci Bianche del Teatro Comunale di Modena (Maestro Paolo Gattolin), ha risposto con suono vibrante e compattezza, offrendo una prova di grande impatto, specialmente nel monumentale Te Deum che chiude il primo atto.

La prova della Leva è stata salutata durante la recita da un convinto applauso dopo il “Vissi d’arte”, e al termine dell’opera il teatro, pressoché esaurito, ha tributato un vivo successo con punte di entusiasmo per i tre protagonisti. Una serata che ha onorato Puccini e ha nobilitato il Comunale di Ferrara.

Alessandro Bugno

Photo (c) Rolando Paolo Guerzoni