25/01/2026
“L’opera è troppo triste, troppo desolante… Ma è un dramma che mi piace assai: è grandioso, è ampio.” (Giuseppe Verdi a Giulio Ricordi, 1881)
Con queste parole Verdi battezzava la rinascita del suo Simon Boccanegra nella versione definitiva del 1881. Ed è proprio questa “desolazione grandiosa” a permeare il nuovo allestimento andato in scena al Teatro La Fenice, dove la cupa ragion di Stato si intreccia indissolubilmente con lo scandaglio dei sentimenti più laceranti e una sete di potere che finisce per consumare chi la desidera.
In questa produzione, Luca Micheletti toglie i panni di baritono per indossare quelli da regista, firmando una lettura che sceglie di non narrare solo la cronaca politica di Genova, ma di amplificare il trauma primordiale del suo protagonista. Il lavoro di Micheletti è tutto introspettivo: il palcoscenico, grazie alle scene firmate da Leila Fteita, si trasforma in una sorta di prigione di cemento, uno spazio fatto di muri che sembrano comprimere i personaggi nella loro solitudine.

Eppure, in questa rigidità architettonica, emerge in filigrana un mare in tempesta, evocato dalla potente consonanza semantica – per citare lo stesso regista – tra le parole mare, muro e Maria (la donna amata perduta e la figlia poi ritrovata dopo venticinque anni). Lo spazio scenico, scolpito dalle suggestive luci di Giuseppe Di Iorio, diventa così la proiezione di una mente tormentata, dove il tempo si ripiega su sé stesso. L’uso dei “fantasmi” ne è la prova tangibile: già nel Prologo vediamo apparire il Simone del futuro, nelle vesti di Doge, che osserva il sé stesso di un tempo quando era ancora un corsaro. Elemento catalizzatore di questa visione è un enorme letto a baldacchino di marmo nero con tendaggi neri: una presenza monumentale e funebre che scompare e riappare nei momenti salienti. Funge quasi da “porta del tempo”, un varco attraverso cui il passato irrompe nel presente e i vivi comunicano con i propri spettri. Presenza costante e struggente è poi la figura della piccola Maria, una bambina che attraversa l’intera opera come un’ombra della coscienza, fino al momento finale in cui invita il protagonista morente nell’aldilà. A sottolineare questa distorsione temporale contribuiscono i costumi di Anna Biagiotti, che tracciano un percorso simbolico da un Medioevo fittizio e manierista dei primi atti fino a un’estetica ottocentesca nell’ultimo atto.
Brilla di luce splendente il protagonista interpretato dal baritono Luca Salsi. La sua è una voce scultorea, capace di una densità sonora impressionante. Salsi non si limita a cantare Simon Boccanegra: lo abita con un coinvolgimento totalizzante, mettendo in pratica quella “parola scenica” tanto cara a Verdi. La sua prova è un capolavoro di cura del dettaglio, dove l’attorialità viaggia di pari passo con un’emissione vocale sempre coinvolta. Se nei momenti privati con la figlia Maria si rivela nobile, tenero e profondamente commosso, è nell’irruzione della Scena del Consiglio che la sua statura artistica si fa monumentale: il suo “Plebe! Patrizi!” squarcia la scena.
Il ruolo di Maria Boccanegra/Amelia Grimaldi è affidato a Francesca Dotto. Il soprano si conferma una bella presenza scenica, capace di un’ottima cura nei gesti e nelle intenzioni drammatiche, assecondando con intelligenza la visione introspettiva della regia. Dal punto di vista vocale la prova è corretta, ma appare a tratti ancora acerba per questo ruolo.
Nello specifico, il registro centrale manca talvolta di corpo mentre gli acuti non risultano sempre perfettamente a fuoco. Questa fragilità emerge soprattutto nei momenti d’insieme: nei duetti e nei terzetti con i coprotagonisti, la sua voce viene superata dal volume e dalla tempra degli altri interpreti.

Si impone con voce tonante il Fiesco di Alex Esposito. La voce, che non possiede le caratteristiche del basso profondo ma si distingue per un timbro caldo e avvolgente, vanta comunque ottima proiezione e fraseggio. Esposito domina lo spazio scenico con vigore, forse un pò troppo: se è pur vero che Fiesco ignora le reali intenzioni di Simone fino alla rivelazione finale le sue intenzioni appaiono quasi “mefistofeliche”, mettendo un pò in secondo piano la dolente nobiltà del personaggio di Jacopo Fiesco.
Il quadro dei protagonisti si completa con il Gabriele Adorno del tenore Francesco Meli, che si presenta in ottima forma vocale. La parte è per lui perfettamente adatta e gli permette di muoversi con estrema disinvoltura dai centri agli acuti. Poiché la partitura in questo ruolo non prevede vette estreme, Meli approfitta delle occasioni concesse da Verdi per sfoderare tutta la sua voce. Questa generosità, tuttavia, lo porta ad esagerare in alcuni passaggi.
Interpretato da Simone Alberghini, il personaggio di Paolo Albiani riceve una lettura scenicamente credibile e ben inserita nel contesto drammatico. Alberghini è corretto nel delineare i tratti di questo cortigiano oscuro e vendicativo. Anche se in alcuni passaggi la voce non appare sempre perfettamente a fuoco, la sua prova resta solida e convincente.
Una piacevole sorpresa è il Pietro del giovane Alberto Comes. La sua è una bellissima voce di basso, calda e pastosa; nei suoi interventi Comes si amalgama perfettamente al contesto, conferendo al personaggio uno spessore vocale notevole, distinguendosi per la qualità del timbro e la precisione dell’emissione. Chiudono il cast il corretto e preciso capitano dei balestrieri Safa Korkmaz e l’ancella di Amelia Yeoreum Han.

Le masse della Fenice sono dirette dal piglio deciso del Maestro Renato Palumbo. In questo Boccanegra Palumbo offre una concertazione estremamente attenta ai tempi e alle dinamiche verdiane. La sua bacchetta segue con una linea soave i moti dell’animo dei protagonisti: ne è un esempio splendido il momento musicale del riconoscimento tra Boccanegra e la figlia Maria, così come l’intero finale dell’opera, dove l’orchestra respira all’unisono con il dramma umano. Al tempo stesso, Palumbo sa imprimere una forza d’urto impressionante nei momenti d’insieme. Nella Scena del Consiglio, l’orchestra evoca delle vere e proprie “bombarde da sommossa” che caricano di tensione l’atmosfera fino alla terribile maledizione finale del Doge. Quest’ultimo impatto drammatico trova il suo compimento ideale nell’apporto dell’eccezionale Coro della Fenice, diretto dal Maestro Alfonso Caiani. La sezione maschile si distingue già nel Prologo, dove le parole sono scandite con una finezza e una precisione estrema nei momenti di “piano”. La massa corale si rivela poi potente e granitica nella Scena del Consiglio, gestendo magistralmente il passaggio dinamico dalle voci in lontananza all’irruzione violenta del popolo nella sala. Il culmine è rappresentato dalla maledizione finale, dove il coro scandisce malvagiamente in sottovoce un “Sia maledetto!” da brividi.
Al termine della recita, in un teatro gremito, sono esplose ovazioni piene e convinte per tutti i protagonisti, in particolare per Meli ed Esposito, sfociando in un tifo quasi da stadio per Luca Salsi.
Alessandro Bugno