Si parla spesso della sensazione che proviamo quando ascoltiamo la musica. Quando, concentrati sulle melodie e sulle armonie orchestrali, la nostra mente entra in un universo statico, che oscilla tra reale e fantastico, ignorando lo scorrere del tempo. Questo accade sia mentre ascoltiamo la musica attraverso piattaforme digitali o riproducendo un disco, ma ancor più succede quando si assiste a concerti e spettacoli musicali dal vivo.

All’interno di un teatro il tempo quasi non si percepisce: la musica prende il sopravvento e il pubblico si ritrova in una dimensione parallela, in un vuoto totale, riempito solamente dai suoni. Per chi si esibisce sopra al palcoscenico, poi, la situazione spesso è ancora più estrema: la concentrazione e l’atmosfera orchestrale si fondono, escludendo ciò che succede al di fuori dell’esecuzione musicale. Tutto scompare, resta solo la musica e l’estrema attenzione per “portare a casa” l’esecuzione e dare il meglio di sé.

Il rapporto con il tempo, per un musicista è molto particolare. Si tratta di una concezione fatta di contrasti. Durante l’esecuzione, come nell’ascolto, la musica sembra fermare il tempo: le note, gli accordi, le frasi musicali sono sospese nel vuoto, rarefatti all’interno di un’atmosfera immobile e cristallizzata. E questo succede anche durante lo studio. Il tempo, scandito rigorosamente dal metronomo che aiuta e supporta lo studio, incredibilmente si ferma. Ripetendo i passaggi, cercando l’interpretazione giusta, tentando di raffinare costantemente il timbro sembra perdersi in un loop continuo. L’attenzione e la concentrazione richieste per uno studio metodico e preciso dello strumento creano una bolla, dilatano i momenti, facendo perdere la concezione del tempo che scorre.

 

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