SPECIALE DANZA

 

Lo Schiaccianoci è, iconicamente da sempre, il classico delle Feste. È stato in scena al Teatro dell’Opera di Roma in una produzione nuovissima ed originale, con gli straordinari costumi di Gianluca Falaschi che si fondono coerentemente alla coreografia Paul Chalmer. Le trovate spettacolari si rivelano inoltre azzeccate: la neve che scende, il viaggio attraverso una mongolfiera, la raffinatezza degli ambienti art nouevau. Perché ripuntare proprio su un classico? Nel giugno del 1981 Italo Calvino, di cui quest’anno cade il centenario dalla nascita, scriveva sull’Espresso: “Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire”. E, grossomodo, questo corollario è del tutto applicabile anche ai grandi classici del balletto.

 

La prima dello Schiaccianoci avvenne il 18 dicembre del 1892 a San Pietroburgo, al Teatro Mariinskij. Si andava così verso la conclusione della grande stagione ballettistica del secondo Ottocento dei Teatri Imperiali pietroburghesi. Era lo Zar – Alessandro III, in questo caso – a finanziare splendidamente le nuove produzioni, con la consulenza del suo collaboratore Ivan Vsevolozsij, direttore dei Teatri Imperiali. Egli commissionò la partitura per questo nuovo balletto a

Pëtr Il’ič Čajkovskij e ne affidò al sommo Marius Petipa la stesura coreografica. Un trio già rodato, dunque, che si protraeva il successo de La Bella addormentata (1890) e che avrebbe ri-creato fortunatamente Il lago dei cigni nel 1895.

Si optò per un soggetto non prettamente realistico, che ricalcasse a tratti la tradizione favolistica occidentale, lontana quindi da estetismi esotici o richiami romantici: si trovò in un racconto di Alexandre Dumas padre – che a sua volta aveva ricalcato più blandamente “Schiaccianoci e il re dei topi” del tedesco ETA Hoffmann – la levatura perfetta per una nuova mise-en-scène.

 

LEGGI TUTTO L’ARTICOLO SUL MAGAZINE