Il suono è un’onda. A volte è triste ridurre sentimenti, sensazioni e percezioni a una visione scientifica, eppure è così. Tutti i rumori e le melodie che noi sentiamo, altro non sono che tante onde differenti che si muovono nell’aria vibrando. E per quanto tutto ciò rischi di togliere la poesia al lavoro di compositori, musicisti e sound designer, la natura vibrante del suono è una caratteristica fondante di tutto ciò che sentiamo.

Prima di tutto perché è proprio la vibrazione delle onde sonore ciò che viene percepito e codificato dalle nostre orecchie, secondariamente perché la diffusione di queste onde è una caratteristica che in ambito teatrale viene utilizzata ampiamente, sempre con valore suggestivo.

Corde, ance singole e doppie, pelli, membrane, metalli, legno, corde vocali: nella buca orchestrale e sul palcoscenico tutto vibra. Gli strumenti vengono percorsi da onde complesse e differenti le une dalle altre: alcune sono forti, potenti, veloci, lente, con frequenze più o meno alte. Questi segnali vibrano nell’aria e arrivano fino a noi nel pubblico e ci fanno entrare in vibrazione, fino ad arrivare al nostro cervello, dove vengono tradotti e trasformati in sensazioni.

Nel teatro di parola, in cui la musica sembra sempre avere un’importanza secondaria, le vibrazioni delle onde sonore sono ancora più valorizzate. Esse non sono più da ascoltare e basta, ma sono da percepire fisicamente, a livello viscerale, facendo in modo che il nostro corpo di spettatori si lasci vibrare e percorrere dalla colonna sonora.

 

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