C’è stato un tempo – neanche troppo lontano – in cui i gala post-pandemici sembravano l’unica forma possibile di sopravvivenza per i corpi di ballo italiani. Poi, quasi come un riflesso condizionato (o forse un ritorno all’ordine rinnovato), è arrivata quella che su OperaLife avevamo già battezzato “l’era dei trittici”: formule agili, titoli in sequenza separati da uno slash, e un’aria internazionale che fa subito grande teatro europeo. E così, nello stesso mese, i due principali corpi di ballo italiani – il Teatro alla Scala diretto da Frédéric Olivieri e il Teatro dell’Opera di Roma da Eleonora Abbagnato – si sono trovati a dialogare (o a sfidarsi?) a colpi di triplici programmi contemporanei.

Milano: sulla carta perfetto, in scena un po’ meno

Il trittico milanese (Wayne McGregor / Jean-Christophe Maillot / Ohad Naharin) prometteva benissimo. E in effetti, a leggerlo, sembrava una di quelle serate da manuale: tre firme forti, tre poetiche riconoscibili, tre modi diversi di intendere il corpo contemporaneo. Eppure, proprio il pezzo più atteso, “Chroma” di McGregor, si è rivelato il più problematico. Manifesto del linguaggio antiaccademico del coreografo britannico, immerso in quella celebre scatola bianco-latte, il balletto richiede una comprensione quasi “organica” del movimento. Qui, invece, i danzatori della Scala, pur impeccabili sul piano tecnico, sono apparsi come isole: precisi, sì, ma raramente connessi. Il risultato è un “Chroma” formalmente corretto ma emotivamente distante, come un esercizio ben riuscito che però non lascia grandi tracce. Diverso il discorso per “Dov’è la luna” di Maillot, impreziosito dalla presenza di Roberto Bolle, che sceglie (scelta non banale) di farsi parte di un insieme. Il pezzo, raffinato e quasi scultoreo, si sviluppa su una linea intimista che però, complice anche la rarefazione musicale, tende a dilatarsi oltre misura.

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