Si è soliti associare la produzione di Verdi della prima maniera al patriottismo, in particolare con l’opera “Nabucco”, che narra di due popoli in lotta tra loro, quello assiro e quello ebreo, vinto e sottomesso che aspira alla libertà. Il celebre coro del “Va pensiero” è stato ed è tuttora interpretato in senso patriottico: il pubblico del Teatro alla Scala si identificò con il coro degli ebrei e alle parole “Oh mia patria sì bella e perduta!” si infiammò. Non era però certamente nelle intenzioni di Verdi fare di Nabucco e più in generale delle sue opere un manifesto politico, così come “Oh Signore dal tetto natìo” da “I lombardi alla prima crociata” o “Viva l’Italia” da “La battaglia di Legnano” non vennero scritte pensando alla situazione politica dell’Italia, che di lì a poco avrebbe intrapreso la prima guerra di indipendenza – che fu un totale fallimento – contro l’impero austro-ungarico, che fra l’altro sulle composizioni di Verdi esercitò una potente censura. Il compositore fu attivo dal punto di vista politico e frequentò il salotto in casa di Clara Maffei a Milano, punto di ritrovo per i patrioti. Dopo la seconda guerra di indipendenza nel 1860-61 e dopo la proclamazione del Regno d’Italia, il primo ministro Cavour convinse Verdi a candidarsi per diventare deputato nel primo parlamento italiano, dove il compositore ricoprì tale incarico tra il 1861 e il 1865. Apprendiamo però da una lettera di Giuseppe Verdi a Francesco Maria Piave che il compositore non apprezzava per nulla il ruolo che ricopriva.
Così scrive all’amico librettista il 5 febbraio 1865: “Son deputato, è vero, ma fu per sbaglio […] ricevere da Lui alcune lettere, in una delle quali mi esortava ad accettare la candidatura a deputato […] Allora egli cominciò a ribattere una per una le mie ragioni, e ne aggiunge alcune che mi fecero un certo senso. Io soggiunsi: Ebben Sig.r Conte, accetto; ma alla condizione che dopo qualche mese io darò la mia dimissione. Sia, rispose, ma me ne farete prima cenno.” Sempre dalla stessa lettera apprendiamo che Verdi frequentò le prime sedute del parlamento, presenziò quando Roma venne annunciata capitale del Regno e solo successivamente si dimise dall’incarico. Il 15 novembre 1874 venne nominato senatore a vita, ma non partecipò quasi mai attivamente ai lavori del senato e quando vi partecipò la sua presenza è stata solamente formale. Come parlamentare Verdi aveva espresso posizioni moderate, anche se nel 1848 si era dichiarato a favore della rivoluzione mentre si trovava lontano dall’Italia, a Parigi, con Giuseppina Strepponi.