Si sono da poco spenti i riflettori sulla stagione estiva areniana a Verona e quest’anno mi sono recato diverse volte per assistere a gran parte delle opere proposte in cartellone, come di consueto, per raccogliere un buon numero di turisti che da tanta parte dell’Europa, e non solo, giungono per visitare e affollare la città.

Nel centenario della morte di Puccini, come non onorare questo anniversario assistendo ad una delle sue opere più famose: “Turandot”. Lo spettacolo a cui ho partecipato è una ripresa della magnifica regia che Zeffirelli ha concepito per i vasti spazi dell’Arena di Verona nel 2010 e riproposto sempre con grandissimo successo.

L’impianto scenico risulta sostanzialmente diviso in due: sul proscenio agisce il popolo, oltre c’è una parete che spettacolarmente si apre nel secondo atto svelando la città imperiale. Idea efficace che Zeffirelli utilizzò nella produzione newyorchese dell’opera pucciniana.

Secondo la concezione zeffirelliana questa favola si apre con quel popolo di “Pekino”, che nell’immediato inizio dell’opera si presenta in scena, quale massa tumultuante, feroce, in attesa del boia, che s’incanta alla visione del giovane principe di Persia, che reclama grazia a Turandot, e che osa ricordarle il giuramento.

Il palcoscenico brulica di persone tra mimi, ballerini, figuranti e, come ogni volta che si assiste ad una produzione firmata Zeffirelli, si rimane affascinati dalla cura dei dettagli e dalla verosimiglianza della scenografia. Nel primo atto non si vede mai il palazzo imperiale, che è interamente coperto da una muraglia che divide il popolo dal palazzo. Ma è proprio nel secondo atto che avviene il “miracolo”. Dopo una breve scena dove i sacerdoti Ping, Pong, Pang inneggiano ai bei tempi passati ecco che si spalanca la luce di un palazzo interamente d’oro, stupendo negli infiniti dettagli e reso ancor più magico dall’invasione di costumi brillanti e coloratissimi dove domina l’oro e l’argento. Si dischiude quindi la magnificenza del palazzo imperiale di una “Pekino – Al tempo delle favole”, così come dice il libretto di Turandot di Adami e Simoni.

 

 

 

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