Parigi, 1980. Rudolf Nureyev è a cena insieme, tra gli altri, al coreografo francese Pierre Lacotte, che gli comunica l’idea di ricreare il balletto “Marco Spada”. Il tartaro volante non ci pensò due volte: “voglio farlo io!” urlò. E così fu, l’anno seguente, al Teatro dell’Opera di Roma, in prima mondiale. Ripreso nella stagione successiva (1981-82), questo balletto non è poi più stato rappresentato in Italia. Fino allo scorso ottobre, perché, dopo più di 40 anni di assenza, il capolavoro di Pierre Lacotte – scomparso nel 2023 – è tornato in scena proprio lì dov’era nato.
Prosegue a gonfie vele la direzione di Eleonora Abbagnato per la Compagnia capitolina, tra nuovi titoli e riscoperte: è il caso di questo “Marco Spada”, ultimo titolo della stagione. Tre i cast che si sono alternati in sei recite, tre i ballerini ospiti: la grande Iana Salenko, stella del Balletto di Berlino, ma anche il Principal Igor’ Cvirko e il solista Dmitrij Vyskubenko, entrambi provenienti dal Bolshoi di Mosca, al loro debutto italiano.
Si tratta, in realtà, di una riscoperta nella scoperta: “Marco Spada”, storicamente, ebbe la sua prima il 1 aprile 1857 all’Opéra di Parigi su musiche di Daniel Auber, coreografia di Joseph Mazillier basata su un soggetto del suo librettista di Eugène Scribe. Un crogiolo tutto romantico per i migliori interpreti dell’epoca: Carolina Rosati, Lucien Petipa, Louis Mérante, Eugène Coralli e Domenico Segarelli, strabiliante mimo – stando alle cronache del tempo – nel ruolo del protagonista. Ma viene trattato un tema italiano: quello del brigantaggio, così di moda nell’Ottocento insieme allo spagnolismo, vero e proprio filone d’evasione per il pubblico del tempo (si pensi a “Paquita”).