04/07/2026
“Un Nabucco atomico“. È con queste parole che il regista Stefano Poda ha definito la propria visione del capolavoro verdiano. Sebbene molto sia già stato scritto su questa produzione – nata come titolo inaugurale del Festival dell’Arena di Verona 2025 e riproposta quest’anno – crediamo sia fondamentale offrire una nostra prospettiva, mossa in particolare dall’obiettivo che da sempre ci sta a cuore: promuovere e raccontare l’opera alle nuove generazioni, esplorando come i linguaggi moderni sappiano dialogare con la tradizione.
Lo stile di questa messa in scena si fonda sull’universalità del conflitto. La storica contrapposizione tra ebrei e babilonesi viene qui tradotta in una polarizzazione universale che separa l’umanità e la materia stessa. Questa divisione trova una suggestiva sintesi visiva in due maestose particelle atomiche stilizzate che dominano il palcoscenico: parallelamente all’evolversi del dramma ideale, i due elementi si respingono e si attraggono, fino a ricomporsi e fondersi in un’unica, enorme sfera nel finale.

In questo monumentale spazio post-moderno, l’opposizione delle fazioni è affidata a un rigoroso contrasto cromatico di luci, costumi e coreografie, in un progetto interamente curato dallo stesso Stefano Poda, affiancato dall’assistente Paolo Giani Cei. Ad arricchire il dinamismo scenico intervengono gruppi di schermidori professionisti, i cui duelli si muovono quasi sempre in sincronia con la partitura musicale. Sotto il profilo visivo, lo spettacolo tocca l’apice della spettacolarità nel terzo atto, grazie ai costumi dei babilonesi: una monumentale intuizione sartoriale e tecnologica che vede centinaia di metri di filamenti LED cuciti nei tessuti, capaci di inondare l’anfiteatro di una luce accecante. Il concetto del potere – fragile e destinato a essere scardinato – è invece rappresentato in una gigantesca clessidra trasparente e sormontata dalla scritta “Vanitas”, integrata in una scala che scende verso il cuore del palco.
La scena si presenta spesso affollata, un microcosmo in cui mimi, ballerini, comparse e gli stessi artisti del coro si mescolano in un movimento continuo, correndo nervosamente e gettandosi a terra in una rappresentazione plastica dell’angoscia umana. Di fronte a tale dispiego di energia visiva, tuttavia, emerge una riflessione spontanea: il dramma originario espresso dal libretto musicato da Verdi sembra talvolta passare in secondo piano, faticando ad emergere nella sua originaria linearità narrativa.
L’allestimento si rivela senza dubbio ideale per l’occhio del pubblico internazionale e dei turisti che affollano l’Arena, legittimamente alla ricerca di emozioni forti, grande spettacolarità e immagini memorabili. Al contempo, ad uno sguardo più approfondito, la coerenza narrativa interna mostra qualche fragilità. Alcune scelte simboliche, pur affascinanti, faticano a trovare una spiegazione lineare nel racconto: si pensi alle figure femminili babilonesi dotate di aureola luminosa – alleate di Abigaille e poi costantemente presenti a tenere incatenato Nabucco per tutto il terzo atto – o agli stessi scontri di scherma, in cui i personaggi “colpiti a morte” si rialzano poco dopo per ricollocarsi in un altro punto della scena. A ciò si aggiungono piccoli dettagli tecnici acustici che, in un contesto all’aperto, meritano una riflessione: il frequente calpestio dei calzari delle numerose comparse sul palcoscenico ha talvolta rischiato di sovrastare la delicatezza della musica, così come lo scricchiolio meccanico generato dalla rotazione della grande struttura atomica in alcuni momenti di silenzio.

Ciò detto, possiamo dire nel complesso che si tratta di una proposta che interroga lo spettatore moderno spingendolo a riflettere sul confine tra l’impatto visivo globale, molto spettacolare, e la fedeltà alla drammaturgia musicale (riflessione che vogliamo lasciare a voi come spunto per la vostra prossima esperienza a teatro).
Sul versante musicale nel ruolo del titolo spicca un monumentale Amartuvshin Enkhbat. Il baritono mongolo si conferma un interprete eccellente, sfoggiando un timbro di rara bellezza e una pasta vocale di straordinaria densità. Dai suoni filati — calibrati millimetricamente sia nel registro acuto sia in quello grave — fino a una proiezione del volume capace di correre con naturalezza negli immensi spazi areniani, ogni sua linea di canto è sorretta da un fraseggio nobile e da una dizione nitidissima. Ascoltandolo, si ha quasi l’impressione che la parte sia stata scritta appositamente per le sue corde; il suo “Dio di Giuda” è, a tutti gli effetti, un’esecuzione da manuale per intensità e controllo tecnico.
A fare da perfetto contraltare è stata l’ottima Abigaille di Maria José Siri. Forgiata da una profonda esperienza in uno dei ruoli più impervi del repertorio verdiano, il soprano risolve la partitura con assoluta disinvoltura. Siri non si limita a superare gli scogli tecnici, ma regala momenti di autentica estasi: ne sono un esempio l’acuto lanciato con sicurezza nel finale del primo atto e la suggestiva variazione, sempre in acuto, nella sua aria “Anch’io dischiuso un giorno”, affrontata con profonda dolcezza ed intimo sentimento. Questa dimensione più lirica ha trovato poi il giusto contrasto nella fierezza drammatica e nella potenza vocale con cui ha affrontato la successiva cabaletta, “Salgo già del trono aurato”, restituendo tutta la complessa ed ambiziosa psicologia del personaggio.

Peccato che la partitura riservi al suo personaggio uno spazio contenuto, perché Annalisa Stroppa sa calarsi perfettamente nei panni di Fenena. Dotata di una voce squillante e di un timbro caldo e brunito di rara suggestione, il mezzosoprano ha eseguito magnificamente l’unica aria a lei riservata nel quarto atto, infondendovi una profonda carica emotiva.
Molto corretto, preciso e scenicamente coinvolto lo Zaccaria interpretato da Simon Lim, il quale ha il grande merito di saper muovere la massa degli ebrei con vigore, incitandoli ed ergendosi a vero motore drammatico delle loro azioni. Tuttavia, a una performance complessivamente solida è parsa talvolta mancare quell’autorevolezza che il ruolo tradizionalmente esige, complice forse un timbro che, pur risultando certamente scuro, non possiede quella sonorità cavernosa che spesso caratterizza questo personaggio.
Dal canto suo, Galeano Salas delinea un Ismaele appassionato e vibrante, affrontando la parte con il giusto lirismo e sfoggiando una notevole fierezza laddove richiesto, sempre sostenuto da grande squillo e precisione vocale.
A completare degnamente la locandina sono stati gli efficaci interventi dei ruoli di fianco, tutti caratterizzati da correttezza e buona presenza scenica: Nicolò Ceriani nei panni del Gran Sacerdote di Belo, Riccardo Rados come Abdallo ed Elisabetta Zizzo nel ruolo di Anna.
A guidare le imponenti masse artistiche areniane troviamo il direttore Michele Spotti, che infonde in questa concertazione una gestualità espressiva e degli sguardi precisi, mantenendo costantemente sotto controllo l’immenso apparato esecutivo, complice un’orchestra della Fondazione Arena che lo segue con encomiabile precisione. Spotti dimostra di aver fatto propria la partitura verdiana: asseconda con sensibilità i solisti e le masse corali, imprimendo alla narrazione quel passo ritmico incalzante e battagliero che la musica richiede. In alcuni momenti, tuttavia, questa spinta propulsiva si traduce in sferzate fin troppo vigorose e veloci (come la chiusa de “Gli arredi festivi”).

Il momento più atteso della serata ha visto il maestro concedere l’immancabile bis del coro più famoso dell’opera: il “Va, pensiero”, a cui ha risposto in modo eccezionale il Coro della Fondazione Arena, preparato dal Maestro Roberto Gabbiani. Nonostante il caldo di questi giorni, acuito dai pesanti costumi di scena, la compagine corale ha donato il meglio di sé in termini di espressività, sentimento e coinvolgimento drammatico. Il celebre brano, sigillato da un filato finale lunghissimo e sussurrato in un suggestivo pianissimo, ha letteralmente rapito il pubblico prima di esplodere in un’ovazione. Possiamo dire che il coro si è imposto come un vero e proprio personaggio compatto e monumentale lungo tutto il corso dell’opera, regalando momenti di esaltante spiritualità anche nelle pagine di preghiera come “Immenso Jehovah”.
Al termine della recita si è registrato un autentico trionfo per tutto il cast. Davanti a un’Arena quasi esaurita, in cui primeggiava una folta presenza di turisti stranieri, gli applausi scroscianti si sono mescolati ai tradizionali gridi di “bravo” e ai fischi di approvazione ed entusiasmo “all’americana“, decretando il successo di tutti.
*Repliche dello spettacolo fino al 9/09/2026*
Alessandro Bugno
