Mi sono recato recentemente al teatro La Fenice per assistere ad un nuovo spettacolo della stagione veneziana: il “Mefistofele” di Arrigo Boito. Mefistofele è un’opera straordinaria e monumentale. Basterebbero i numeri delle masse sonore che Boito impone per la sua realizzazione per poterla definire, usurpando un termine cinematografico, un kolossal. Tra orchestra in buca, banda in palcoscenico, coro in scena, coro di voci bianche, artisti della compagnia e attori si raggiunge rapidamente la singolare cifra di circa 180 esecutori. Ma la quantità degli interpreti non è certamente la maggiore delle insidie musicali di quest’opera. La scrittura di Boito appare impervia e frammentata tra le mille idee e suggestioni che il compositore ci offre senza sosta, con straordinaria giovanile generosità.

Il Mefistofele o si ama o si odia: per accettarlo è necessario quasi un atto di fede, un salto della ragione e della ragionevolezza. Eppure non si dimentichi come per Goethe fosse del tutto logico e naturale parlare di magia, esoterismo, simbolismo: ovvero la retorica dell’ultimo illuminismo non impediva al poeta di riconoscere la straordinaria spiritualità della materia e del mondo, quella spiritualità che il materialismo contemporaneo tende a dimenticare.

Sono stati fondamentalmente due i momenti più belli dell’opera e che rappresentano proprio la contrapposizione tra bene e male, “l’eterno duello”.

 

 

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