Grande inizio di stagione per l’opera e il balletto al teatro veneziano con “I racconti di Hoffman” di Jacques Offenbach. Una messinscena ideata e creata dal regista Damiano Michieletto che ha ricreato tutti gli amori e le illusioni del protagonista attraverso una serie di tre ambientazioni, rigorosamente al chiuso, rappresentativi per ogni racconto. Efficace la scena della locanda (spoglia) iniziale dove ritroviamo Hoffman, un vecchio ubriaco che viene invitato dai presenti a raccontare i suoi tre amori passati. Nella mente del regista ciascun racconto è associato a tinte e ambientazioni diverse. Ecco quindi che Olympia è una bambola-maestra meccanica che impartisce lezioni di matematica in un’aula dove bianco e azzurro fanno da sfondo e gli alunni sono piuttosto scatenati; Antonia qui non è una cantante, ma una ballerina ammalata che non riesce più a danzare e il colore predominante è il rosa. Infine Giulietta è una donna aristocratica che spinge il protagonista in un locale a luci rosse, dove per l’appunto il colore dominante è il rosso, quello della passione, della perversione.Frédéric Chaslin guida bene l’orchestra della Fenice, in perfetta forma, specialmente nei momenti degli assoli di violoncello e dei legni. A tratti, però, la bacchetta risulta troppo fragorosa e non in perfetto sincrono con il palcoscenico. Il coro, meraviglioso e compatto, è istruito da Alfonso Caiani.

Il ruolo del titolo è affidato al tenore peruviano Ivan Ayon Rivas, il quale risulta ben calato nella parte e presenta un ottimo squillo nel registro acuto, con una potenza vocale non indifferente. Al suo fianco ottima la prova di Alex Esposito, ovvero il malvagio Lindorf, Coppélius, docteur Miracle e Dapertutto e persino musa “en travesti”, ma sempre con un’ottima prova vocale. Esposito ha una pasta timbrica che ben si adatta a ciascun personaggio e la presenza scenica è sicura e disinvolta.

Delle donne amate da Hoffman spicca l’Olympia di Rocío Pérez, molto applaudita specialmente nella sua aria più famosa. Le variazioni e gli acuti sono quelli che si prevedono per un soprano di agilità e Rocio ben soddisfa tali requisiti. Carmela Remigio delinea un’Antonia drammatica e sinceramente innamorata, ottima la prova insieme al protagonista e alla scena che precede la morte. Giulietta è Veronique Gens, corretta nel ruolo ma un pò fredda e poco ammaliante. Ottima e frizzante la prova di Didier Pieri nei ruoli di Andrés, Cochenille, Frantz (esilarante come un maestro di ballo, schernito dalle proprie allieve), Pitichinaccio. Giuseppina Bridelli è un Nicklausse dal bel timbro elegante e ben sostenuto, quasi commovente nella celeberrima “Barcarolle” e in abito di pappagallo, forse una trasposizione dell’immaginario di Hoffmann. Bene il resto del cast con la frizzante Musa di Paola Gardina, lo Spalanzani di François Piolino, l’accorato Crespel di Francesco Milanese, Christian Collia e Yoann Dubruque, Nathanaël e Hermann.

Teatro tutto esaurito, con pubblico plaudente e festante al termine e chiamate per tutti gli artisti.

 

Alessandro Bugno