Negli ultimi anni non di rado vanno in scena le tre opere di quella che viene, a giusto titolo, chiamata la “Trilogia delle regine Tudor” di Gaetano Donizetti. La “Trilogia Tudor” è un unicum nella fertile produzione del compositore (74 opere tra compiute e incompiute). Escludiamo dal computo della trilogia “Elisabetta al Castello di Kenilworth” del 1829 in quanto, pur classificato come “melodramma serio”, è un lavoro semi-serio con lieto fine, segue tutte le convenzioni del genere e, nonostante una buona registrazione di alcuni anni fa, non ha mai avuto una vera e propria “renaissance” in tempi moderni.

“Anna Bolena”, “Maria Stuarda” e “Roberto Devereux” (composte tra il 1830 ed il 1837) hanno un filo conduttore comune: tragedie (più che drammi) tutte al femminile, imperniate non tanto sugli intrighi di potere tra i Tudor e i “cugini” Stuart per il controllo del più grande impero del mondo, ma sulla passione delle tre protagoniste per un uomo: tre amori impossibili in cui l’eros è contrastato dalla ragion di Stato.

Sparite dai palcoscenici nella seconda metà dell’Ottocento, quando trionfava il melodramma verdiano, le tre “regine” sono riapparse verso la metà del Novecento, soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale. Le “regine” donizettiane hanno trionfato prima sui palcoscenici anglosassoni che su quelli italiani. Se ne ricorda una bellissima edizione, alla fine degli anni Sessanta, costruita su e per Beverly Sills alla New York City Opera e registrata in studio per la Emi. In Italia, “Maria Stuarda” in particolare venne riscoperta al “Maggio Musicale” del 1970; ricordo una buona rappresentazione di “Roberto Devereux” (allora ancora sconosciuto al grande pubblico italiano) in Corea del Sud, in un cinema-teatro di Seul, nel lontano 1973.

Riascoltate in sequenza, l’una dopo l’altra, le tre “regine” hanno una grande presa, anche e soprattutto se la stessa cantante decidesse di calarsi in un vero e proprio tour de force (siamo ancora ancorati al “bel canto” belliniano intriso, però, dal gusto allora nuovo per lo sfoggio degli acuti). L’effetto diminuisce, invece, se le tre opere vengono rappresentate separatamente. In questo senso andrebbe rivolto un invito al Festival Donizetti di Bergamo: predisporre nel tempo un mini-festival nel quale le tre “regine” possano essere gustate una dopo l’altra nell’arco di una o due settimane. Sarebbe efficace ed appagante.

 

 

LEGGI TUTTO L’ARTICOLO SUL MAGAZINE