Marcel Proust, il più celebre autore francese noto per il suo monumentale romanzo “Alla ricerca del tempo perduto”, non scrive solo di parole e pensieri, ma esplora, attraverso la letteratura, anche l’essenza del movimento e della danza. Benché la danza non sia assolutamente il tema centrale delle sue opere, essa emerge come un elemento significativo e simbolico, illuminando le relazioni umane e la memoria attraverso il ritmo e il movimento dei corpi.

Nel romanzo, anche un celebre ballo nel quale il protagonista Marcel osserva le danze della società parigina, non è solo un momento di intrattenimento, ma una riflessione profonda sulle convenzioni sociali, l’amore, la gelosia e l’inevitabilità del tempo che scorre. La danza diventa quindi un linguaggio silenzioso, un codice attraverso il quale i personaggi esprimono le loro emozioni più profonde, rivelando una complessità che spesso le parole non possono descrivere.

Non a caso, Roland Petit – il celebre coreografo francese – creò nel 2007 per l’Opéra di Parigi Proust (ou Les intermittences du coeur), basato su alcuni episodi tratti dal romanzo.

Così nel 2023, Marco Filiberti, un intellettuale della scena a tutto tondo, ha inaugurato un progetto interessante: “Cahiers d’écriture”, questo il titolo dei suoi primi due lavori dedicati a una ricerca sul più grande intellettuale francese. Per Filiberti – regista, studioso, drammaturgo, italianista e francesista di formazione – Proust è stato folgorante sin dall’età di tredici anni, quando lo lesse per la prima volta. “Una lampara nell’oscurità”, un’intuizione che si sarebbe rivelata vincente.

 

Filiberti, quanto è importante l’elemento coreutico nel suo teatro?

Molto. Intendendo il teatro in un concetto molto esteso, di riproposizione di una pararealtà, lontanissimo da qualsiasi approccio naturalistico/veristico/mimetico, in una visione quindi sinestetica, l’elemento coreutico, figlio del rapporto con l’elemento musicale, per me è sempre stato fondamentale e necessario. Nella prosa, la frontalità di un’azione espressa nella sua esplicitezza mi ha sempre fatto soffrire, all’opposto del melodramma o del balletto dove la colonna portante drammaturgica della musica e di un linguaggio metalinguistico (come il movimento della danza) mi hanno sempre dato uno sfondamento verso una ricomposizione di zone che, effettivamente, è quello che Wagner ha sempre apportato all’interno della sua musica: un flusso continuo abitato da codici che si modificano tra di loro, come succede anche nella nostra psiche.

 

Quando ha deciso di fare teatro?

Prestissimo. Il mio vero inizio da regista è stato il 2001. Non era ancora propriamente il mio teatro, ero ancora in una fase di ricerca. La mia vera cifra teatrale è stata inaugurata con lo spettacolo “Byron’s Ruins” che è diventata la seconda giornata della mia trilogia “Il teatro delle muse”.

 

 

 

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