Nell’iconico film “Pretty Woman“, la protagonista (interpretata da Julia Roberts) viene portata a teatro per assistere alla rappresentazione di un’opera lirica. Quell’opera è “La Traviata” di Giuseppe Verdi, e non è un caso. Se esiste un titolo che incarna in modo preponderante il melodramma, è proprio questo: probabilmente una delle opere più rappresentate e famose al mondo, essa cattura l’immaginario collettivo dalle sue celebri arie e dalla sua musica indimenticabile. Ma è soprattutto nella vastità di sfumature che si trovano al suo interno, dall’utilizzo ben calibrato del coro alle più intime e toccanti romanze, espressione dei sentimenti umani, che risiede la sua forza universale.
Abbiamo, quindi, assistito a questa gemma verdiana andata in scena sabato 19 luglio all’Arena di Verona. La serata era anche particolarmente gradevole, con una temperatura non eccessivamente calda, rendendo così l’esperienza migliore di certe afose serate d’estate.
L’allestimento è una ripresa del 2011 di Hugo de Ana, che ne ha curato non solo la regia, ma anche la scenografia, i costumi e le luci. Un approccio a 360 gradi che ha permesso di creare un’ambientazione visivamente d’impatto, sposandosi perfettamente con la grandiosità unica dell’Arena di Verona. L’allestimento evoca con maestria la Parigi della Belle Époque, utilizzando elementi scenici imponenti come enormi cornici, specchi e sfarzosi arazzi. Questi dettagli hanno contribuito a ricreare un’atmosfera ricca e sontuosa, trasportando il pubblico direttamente nei salotti e nelle feste dell’alta società parigina. La regia di de Ana è risultata elegante e accattivante, senza mai rinunciare a quella monumentalità necessaria che si adatta così bene alle dimensioni imponenti del teatro all’aperto. Ogni movimento scenico è apparso studiato per riempire lo spazio e amplificare l’emozione della narrazione.
Sul versante musicale, brilla la performance di Rosa Feola nei panni di Violetta Valéry. La sua voce, sempre ben squillante e proiettata, ha saputo farsi sentire distintamente, almeno dal nostro punto d’ascolto. Va sottolineato che il ruolo di Violetta è di estrema complessità e richiede uno sforzo vocale non indifferente, dato che la protagonista canta in tutti e tre gli atti. La Feola ha superato questa sfida con un perfetto dosaggio della voce, dimostrando una gestione impeccabile delle energie. Un momento che ci ha particolarmente colpito è stato al termine del primo atto, quando la protagonista è posizionata semi distesa su una cornice, elevata a qualche metro di altezza rispetto al palcoscenico. È stato sorprendente come la cantante sia rimasta comunque prestante vocalmente e scenicamente nonostante la posizione delicata.
Accanto a lei, nel ruolo di Alfredo Germont, è intervenuto Galeano Salas, tenore messicano-americano, subentrato ad un indisposto Dmitry Korchak. Salas, già noto al palcoscenico areniano per essersi esibito nel “Nabucco” della stessa stagione, ha offerto un Alfredo di buona caratura. Sebbene la sua prestazione vocale sia sembrata inizialmente un po’ tiepida, essa è stata in costante crescita nel corso dell’opera. Delicato ed elegante nell’aria “De’ miei bollenti spiriti“, ci regala una fervida cabaletta “O mio rimorso!” di ragguardevole potenza. Ha dimostrato inoltre buone doti attoriali e un’ottima intesa scenica con Rosa Feola.
A completare il trio dei protagonisti, nel ruolo di Giorgio Germont padre, abbiamo avuto il piacere di ascoltare Luca Salsi. Inutile dire l’estrema sicurezza, compattezza e la giusta autorità che Salsi dimostra in questo ruolo. Lui incarna i personaggi verdiani con un canto profondamente appassionato, riuscendo a mettere in pratica quello che Verdi stesso esprimeva come “parole in musica“. Il suo canto è infatti tutta espressione, non solo vocale ma anche di parole ben pronunciate e fraseggiate, dove nulla è lasciato al caso. La sua performance è stata coronata da un ottimo intervento nel duetto con la Feola, e in particolare, la sua celebre aria “Di Provenza il mar, il suol” è stata eseguita con profonda intensità e commozione.
A completare il cast vocale abbiamo apprezzato l’incisiva interpretazione di Sofia Koberidze nel ruolo di Flora Bervoix, e la puntuale e precisa Annina di Francesca Maionchi, entrambe figure fondamentali per il tessuto narrativo. Allo stesso modo, sono risultati corretti e professionali anche gli interventi di Carlo Bosi nel ruolo di Gastone, Nicolò Ceriani come Barone Douphol e Jan Antem come Marchese d’Obigny. Altrettanto bene i brevi interventi di Hidenori Inoue, un domestico di Flora / un commissionario, e Alessandro Caro, Giuseppe. Menzioniamo, infine, Gabriele Sagona nel ruolo del Dottor Grenvil, che ha saputo distinguersi per l’ottima presenza scenica e una pasta vocale di basso squisita, arricchendo ulteriormente la qualità complessiva della compagnia.
Alla guida dei complessi areniani abbiamo assistito per la prima volta a uno spettacolo diretto da Speranza Scappucci. La sua direzione ci è parsa assolutamente precisa e dinamica, dimostrando un profondo rispetto della partitura verdiana. I tempi, sempre ben staccati, hanno saputo creare quella giusta tensione drammatica che permea l’opera. Particolarmente azzeccata l’idea di riprendere l’aria del “Sempre libera” di Violetta a mezza voce, per poi passare al forte; i due preludi sono stati eseguiti con soavità e delicatezza, mentre il finale ha raggiunto un’intensità e una potenza notevoli, a partire dal violino solista che accompagna Violetta “È strano!” fino alla toccante morte della protagonista.

L’orchestra dell’Arena ha risposto egregiamente alle indicazioni della direttrice, così come il Coro, preparato dal Maestro Roberto Gabbiani, che ha dimostrato precisione e puntualità in tutti i suoi interventi. In particolare, le sezioni dei soprani e dei tenori nelle parti delle “Zingarelle e mattadori” hanno potuto dare sfoggio della loro qualità e potenza vocale.
Nonostante alcune impreviste gocce di pioggia abbiano interrotto lo spettacolo all’inizio del terzo atto, questo non ha precluso l’esecuzione dell’intera opera che ha potuto proseguire poco dopo senza ulteriori intoppi. Al termine, applausi scroscianti per tutti, a tratti entusiastici, soprattutto per i protagonisti e la direttrice, in un’Arena esaurita e gremita prevalentemente di turisti.
Alessandro Bugno