04/04/2026
Definita dall’autore stesso, come si legge nel libretto di sala, l’ultimo dei suoi “peccati di vecchiaia“, la Petite Messe Solennelle rappresenta il testamento spirituale di un Rossini lontano dai palcoscenici operistici, ma ancora capace di una scrittura prolifera e profondissima. Il titolo scelto dal compositore gioca su un paradosso di dimensioni: definita Petite, la messa è in realtà un’opera monumentale, che nella trascrizione orchestrale ascoltata oggi al Teatro Filarmonico ha svelato tutta la sua maestosità. Nata originariamente per un organico cameristico di due pianoforti e armonium, la versione sinfonica curata dallo stesso Rossini ha trasformato la composizione in un capolavoro di grandi proporzioni, dove la solennità del rito si sposa con una complessità armonica che contiene ancora vividi gli echi della sua inconfondibile scrittura operistica.

Photo (c) EnneviFoto
All’interno del quartetto solistico è spiccata la performance del basso Michele Pertusi, che si conferma ancora una volta garanzia assoluta per solidità e calore vocale. Nel suo Quoniam è apparso eccellente sotto ogni profilo, padroneggiando con maestria l’intera gamma dinamica, dai filati più delicati ai forti più autorevoli. Di grande rilievo la prova di Vasilisa Berzhanskaya, impegnata qui come soprano; la caratura della sua voce, rotonda e corposa specialmente nel registro centro/grave – complice la sua natura di mezzosoprano – le ha permesso di muoversi con estrema disinvoltura nella parte che Rossini affida al Crucifixus. La sua vocalità duttile ha brillato tanto nelle ascese acute quanto nel registro grave, regalando delicatezza ed introspezione nel O Salutaris Hostia.
Accanto a lei, il timbro di Anna Werle si è fuso armoniosamente, creando un impasto vocale di pregevole fattura. Particolarmente suggestivo il Qui tollis, un’eleganza arricchita dal dialogo con le arpe in cui le voci delle due cantanti sono apparse perfettamente bilanciate. La Werle ha poi avuto modo di dare maggior sfoggio vocale nell’Agnus Dei conclusivo. A completare il quartetto, Dave Monaco ha fornito prova di un’ottima linea di canto, mostrando sicurezza e risolvendo con efficacia il celeberrimo Domine Deus, uno dei passaggi più insidiosi per la tessitura tenorile.
Il Coro della Fondazione Arena preparato dal Maestro Roberto Gabbiani ha dimostrato grande compattezza, tenuta ed intonazione, muovendosi con estrema precisione sia nei forti che nei pianissimi. Ogni sezione ha avuto modo di emergere, permettendo di apprezzare quelle voci piene e rotonde che l’esecuzione di una pagina sacra così complessa richiede. Notevole il passaggio dalla profonda e bellissima meditazione del Christe eleison – e successivamente con le “k” del Kyrie ben scandite e pronunciate – alla velocità, compattezza e grandiosità del fugato nel Cum Sancto Spiritu e nel Credo. Di assoluto pregio, infine, il dialogo elegiaco con i solisti nel Sanctus-Benedictus, eseguito senza l’ausilio dell’orchestra.

Photo (c) EnneviFoto
Sul podio, il maestro Sebastiano Rolli ha diretto interamente senza spartito, segno di una musica ormai intrisa nella sua mente, offrendo una lettura pulita e attenta a definire ogni sfumatura richiesta dalla partitura. Interessante la scelta agogica di staccare tempi più adagi in corrispondenza dell’enunciazione dei titoli dei vari momenti della Messa, per poi riprendere con vigore nei passaggi più serrati, come i fugati corali. Una vera e propria chicca è stata l’esecuzione del “Preludio religioso” previsto per l’Offertorio: otto minuti di profonda meditazione affidati al suono dell’organo, che hanno agito da corona ideale alla riflessione scaturita dal Credo.
Al termine, il pubblico ha tributato un’ovazione generale a tutti i protagonisti, con picchi di autentico entusiasmo per tutte le compagini presenti sul palcoscenico, sigillando un evento pasquale di grande intensità.
Alessandro Bugno