Tutte le arti tra Ottocento e Novecento registrano una progressiva crisi della cultura e del ruolo dell’artista nella società. Possiamo osservare svariate tendenze che spesso differiscono di molto anche tra artisti coevi che hanno reso così sfaccettata la scena culturale a cavallo tra i due secoli e nei decenni immediatamente successivi.

Il clima di crisi che venne tradotto in arte ha certamente anticipato i drammi e gli orrori delle guerre e in una città come la Vienna di fine Ottocento la scena musicale sembra una trasposizione in arte della tensione tra gli imperi e gli stati sul piano geo-politico. La crisi di un impero come quello Austro-Ungarico che sopravvive nei secoli con le sue istituzioni e consuetudini assai antiquate diviene così l’emblema di una cultura che lentamente decade. Di fronte alla complicata situazione dell’impero, in un primo momento l’arte sembra rifugiarsi nell’edonismo e nel godimento estetico: la borghesia ama assistere nei primi anni del Novecento al genere dell’operetta, con grandi scenografie e coreografie, oltre che una musica gaia e briosa.

In questo contesto, trionfano i lavori di Johann Strauss junior e Franz von Suppé, oltre che il capolavoro “La vedova allegra” dell’ungherese Franz Lehár. Tale fuga in un’arte frivola e spensierata pare essere il naturale atteggiamento di una classe dirigente come la borghesia che è ormai giunta al proprio tramonto e che sopravvive come roccaforte dei fasti dei tempi passati. Ben presto, però, nella Vienna del primo Novecento si levano svariate voci di dissenso provenienti un po’ da tutte le arti.

 

 

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