Di recente ho assistito a teatro all’opera “Les contes d’Hoffman”, un’opera in francese scritta da Jacques Offenbach sul finire dell’Ottocento. Avevo sempre sentito a tratti quest’opera e andarla a vedere dal vivo mi ha permesso di ascoltarla globalmente, cogliendone tutte le sfumature e le idee musicali. Ovviamente anche il testo ha una sua buona consistenza, poiché la musica non fa altro che valorizzare ed enfatizzare ciò che si sta dicendo/cantando. Al termine dell’opera il protagonista, che ha speso una vita ad inseguire amori vani, prima di crollare ubriaco su un tavolo ha una visione nella quale gli appare la Musa della poesia che gli consiglia di dedicarle tutta la sua vita. Il poeta acconsente stregato.

“Con le ceneri del tuo cuore riscalda il tuo genio, nella serenità sorridi ai tuoi dolori! La Musa calmerà la tua sofferenza benedetta” sussurra la Musa ad Hoffman, mentre un coro invisibile ripete “L’amore ci fa grandi, ma più grandi ci fa il pianto”.

Quello che mi ha colpito maggiormente, oltre all’affermazione corale sulla grandezza e l’umanità del pianto, è il suggerimento della Musa. L’invito al protagonista è quello di sorridere, dopo tanta sofferenza, ai dolori per mezzo della serenità ritrovata e quello che potrà placare, calmare i suoi dolori, le sue cicatrici non è altro che la Musa stessa. Che qui è intesa come Musa dell’arte e che noi potremmo intendere come Musa portatrice di bellezza, di grandezza, di ispirazione consolatoria per la vita di tutti i giorni.

 

LEGGI TUTTO L’ARTICOLO SUL MAGAZINE