Siamo davvero felici di intervistare il sovrintendente dell’opera di Dubai Paolo Petrocelli. Petrocelli ha uno dei curriculum più prestigiosi del management culturale mondiale, vantando lavori che spaziano da ruoli importanti al Teatro dell’Opera di Roma, alla Chigiana al ruolo di ricercatore ed insegnante in diverse università, e tutto questo a soli 39 anni. 

 

Iniziamo dal principio: prima di tutta la sua grande carriera come advisor, sovrintendente, ricercatore, docente, lei è un manager culturale. Cosa significa per lei essere un manager culturale? 

Il manager culturale tratta sicuramente argomenti molto ampi, perché è molto diverso dal manager musicale; infatti, questo tipo di manager può passare da dirigere una galleria a dirigere un teatro ed ovviamente sono due lavori completamente diversi.

Per me, la prima cosa che bisogna avere per essere un manager culturale è la curiosità, la voglia di studiare e di ricercare, cercando di dare il proprio contributo.

Ovviamente la cosa necessaria e fondamentale è la passione e l’amore per l’arte, ma non bisogna sottovalutare delle competenze solide per poter svolgere il lavoro di manager culturale.

 

Come è iniziato il suo percorso nel management culturale? 

Il mio percorso nasce dallo studio della musica – con precisione lo studio del violino – sempre in Conservatorio. In seguito mi sono iscritto a musicologia e da lì mi sono reso conto che organizzare, gestire, poteva essere un buon ambito dove mettermi alla prova e all’interno del quale mi sentivo più a mio agio.

Il mio percorso è stato graduale e naturale, e questo mi ha permesso quindi prima di conoscere la musica nel vero senso del termine, poi la vita da studioso e in seguito dedicarmi all’organizzazione e quindi al management.

 

Vedendo il suo incredibile curriculum si nota che per lei la musica è un mezzo per comunicare valori come la pace e le relazioni tra culture diverse. Cosa significa quindi diplomazia culturale? 

Mi sono reso conto fin da giovane degli aspetti di criticità, chiusura e resistenza dei temi di attualità, per questo la mia sensibilità mi ha avvicinato alla diplomazia culturale.

È importante riscoprire una dimensione più autentica della musica, facendo fuoriuscire dei concetti che creano relazioni, progetti e l’attivazione di energie che sono fondamentali per la riuscita di uno spettacolo che comunichi qualcosa, oltre la musica stessa, allo spettatore.

Perché è fondamentale sottolineare che uno spettacolo non termina con il ruolo dei musicisti, ma si spinge molto più in là. Portando fuori l’arte dal suo nudo contesto, si porta in scena la società.

 

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