In questo numero abbiamo il piacere di avere come ospite Alessandro Ravasio, basso. Nato a Bergamo, inizia gli studi musicali sin dalla prima infanzia, dedicandosi prima al pianoforte e poi al sassofono. Si laurea in Mediazione Linguistica ed in seguito alla Scuola Civica di Musica “Claudio Abbado” di Milano, dove consegue il diploma in Canto Lirico nel 2017.

Dopo un inizio come artista del coro presso alcune Fondazioni Liriche quali il Teatro Donizetti di Bergamo e il Teatro Municipale di Piacenza, debutta da solista nei ruoli di Leporello nel “Don Giovanni”, Sparafucile nel “Rigoletto”, Angelotti nella “Tosca” e canta il ruolo di Talbot nella “Maria Stuarda” in concerto al fianco di Mariella Devia al Teatro Sociale di Bergamo. Si specializza nel repertorio barocco con Gemma Bertagnolli, esibendosi con artisti fuoriclasse del genere, incidendo alcune registrazioni.

Per voi, Alessandro Ravasio: iniziamo subito con qualche domanda!

Benvenuto Alessandro! Partiamo proprio dagli esordi: hai affrontato lo studio di alcuni strumenti musicali, ma come ti sei avvicinato al mondo dell’opera?

Innanzitutto grazie per il vostro invito! Il mio avvicinamento all’opera è stato con il titolo di Verdi che nessuno vuole mai nominare perché si dice porti sfortuna (e quindi anch’io, per scaramanzia, rispetterò la consuetudine). Avevo 10 anni quando una zia mi portò a vederlo all’Arena di Verona e, avendo a casa un CD con la selezione dell’opera cantata dalla Callas, iniziai ad ascoltarlo per avere un’idea di cosa stessi per andare a sentire. Inutile dire che la “Vergine degli Angeli” fu per me una folgorazione sulla via di Damasco, anche perché quel brano era legato alla figura della mia nonna materna (che non ho avuto ahimè la fortuna di conoscere), che pur non avendo avuto la possibilità di studiare canto in quanto nata in una famiglia molto povera, amava cantare, e nel paese in cui sono nato e cresciuto mi è sempre stato raccontato di quanto fosse emozionante sentirla proprio in questo brano. Da allora, l’opera ha occupato un posto fondamentale nella mia vita.

 

Lo sviluppo della tecnica vocale è un percorso delicato che richiede cura e dedizione. Che ricordi hai dei tuoi primi anni di studio di canto?

Durante i miei primi anni di studio non avrei mai pensato che sarei diventato un cantante di professione, quindi vivevo le lezioni di canto del sabato pomeriggio come un momento di sfogo, per il puro piacere di fare musica. Ricordo gli insormontabili scogli del “passaggio” e del registro acuto, e il mio scoramento di fronte alla difficoltà di capire cosa fossero concretamente e come realizzarli. E aveva proprio ragione il mio maestro dell’epoca a ripetermi di non avere fretta, lui ci aveva messo più di 10 anni a capire bene come “girare” la voce con naturalezza: anche per me è stato proprio così!

 

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