Il mezzosoprano georgiano Nino Chikovani si distingue nel panorama operistico per una voce dal timbro scuro, ampio e avvolgente. Formatasi al Conservatorio Statale di Tbilisi e perfezionatasi presso l’Università della Musica di Lubecca sotto la guida di Manuela Uhl, vanta una solida preparazione che include anche lo studio del balletto classico. Premiata in prestigiosi concorsi internazionali, il suo repertorio spazia con versatilità dai ruoli lirici a quelli del drammatico giovanile. Ha già interpretato personaggi iconici e complessi come la passionale Carmen di Bizet, la misteriosa Ulrica nel Ballo in maschera verdiano, la dolente Charlotte nel Werther di Massenet e la regale Zenobia nel Radamisto di Händel, confermandosi come una delle promesse più interessanti del panorama attuale.
Benvenuta Nino, è un piacere averti qui. Partiamo proprio dalle origini: nel tuo percorso c’è lo studio del balletto e una formazione accademica d’eccellenza, ma guardando indietro, qual è stato il momento esatto in cui è scattata in te la scintilla per il canto lirico? C’è stata una voce o un’opera particolare che ti ha fatto dire “voglio essere lì, sul palco”?
Il mio percorso nell’arte è iniziato con il balletto classico. Le prime emozioni profonde le ho provate a soli cinque anni, dopo aver visto “Giselle”. Quella magia, quella delicatezza e quel dolore poetico mi hanno accompagnata fin da allora e, in un certo senso, continuo a portarli in scena ancora oggi. È qualcosa di difficile da descrivere. Parallelamente, studiavo in una scuola di musica, dove è stata scoperta la mia voce lirica: da quel momento si è aperto davanti a me un universo completamente nuovo. Ho poi proseguito gli studi presso il Conservatorio di Tbilisi, nella classe di Natalia Vlchenko, una figura fondamentale per la mia crescita sia artistica che umana. L’opera che ha acceso in me il desiderio profondo e definitivo di dedicarmi al canto lirico è stata “Aida”: un’esperienza travolgente, capace di colpirmi per la sua grandiosità, l’intensità emotiva e la forza drammatica. Da allora, l’opera non è più soltanto una professione, ma una vera e propria vocazione.