A farci compagnia in questo numero di OperaLife è il regista e attore Matteo Anselmi, che si è formato al Teatro Nuovo di Torino e al Teatro Stabile del Veneto. Oltre alla carriera di attore porta avanti anche quella di regista, e questo dualismo creativo gli consente di frequentare e approfondire scenari molto diversi tra loro. 

Partiamo dalle origini. Qual è la scintilla che ti ha fatto avvicinare alla regia?

È “colpa” di mio nonno che quando ero adolescente e studiavo teatro mi parlava dell’opera lirica. Ai tempi non sapevo nemmeno cosa fosse e lo sentivo un mondo molto distante da me, poi con il tempo è arrivata l’occasione di studiare e approfondire. Un giorno mi è capitato di seguire come assistente alla regia una “Traviata” e mi si è aperto un mondo, e quello che prima era chiuso nel cassetto dei ricordi ha iniziato a sbocciare.

 

Parallelamente al tuo lavoro di regista c’è anche quello di attore. Quanto i due si influenzano a vicenda?

La cosa bella è che per me è stato fondamentale iniziare dal lavoro attoriale, perché quando dirigo le prove penso sempre anche a chi e come sta sul palcoscenico, cosa prova e come aiutare per far sì che le mie idee vengano tradotte dall’interprete.

 

Hai sempre le idee chiare quando sei sul palcoscenico? Quanto peso dai all’improvvisazione e quanto invece ne dai alla pianificazione?

Diciamo che l’improvvisazione spesso ha una connotazione che si potrebbe confondere con impreparazione. In realtà è ascolto e guizzo per creare anche qualcosa che nasce lì in quel momento, anche se avevi in mente qualcos’altro. Come è successo di recente al Carlo Felice in MSND (“Sogno di una notte di mezza estate”, ndr), dove a causa di un imprevisto scenico sono stato costretto ad improvvisare venti minuti di spettacolo per via di un problema tecnico. Ansioso durante, ma che soddisfazione dopo!

 

LEGGI TUTTO L’ARTICOLO SUL MAGAZINE