Care lettrici, cari lettori di OperaLife, abbiamo il piacere di ricongiungerci oggi con un’artista che avevamo già intervistato ad aprile 2020. Tante cose sono cambiate da quella data, ma la sua voce resta garanzia di grazia, eleganza e raffinatezza. Soprano dall’estensione incredibile, melodie dolci e fraseggio curato: siamo in compagnia – di nuovo – della splendida Jessica Pratt.

 

Cavalchiamo l’onda del tuo progetto più recente: DELIRIO è l’ultimo album che hai realizzato assieme al Maestro Riccardo Frizza e l’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino. Una collezione di arie terribilmente virtuosistiche di Donizetti e Bellini. Quali sono le difficoltà tecniche di questo repertorio?

Bellini e Donizetti sono rinomati compositori del belcanto, ma presentano sfide tecniche distinte nel loro repertorio virtuosistico. Le arie romantiche di Bellini richiedono la capacità di sostenere lunghe frasi melodiche ed esprimere emozioni profonde. Le opere di Donizetti presentano intricati passaggi di coloratura, ampi salti di ottave che richiedono precisione e agilità e hanno un forte elemento drammatico. Dominare queste sfide non richiede solo competenza vocale, ma anche abilità interpretativa per comunicare le emozioni insite nelle arie.

 

Il CD presenta – già dal titolo – le scene di follia delle protagoniste delle opere del primo Ottocento. In quel periodo la donna aveva un ruolo centrale sul palcoscenico, ma rimaneva marginale nella società: come descriveresti le “pazze per amore” a cui dai voce in “DELIRIO”?

Le scene di pazzia nell’opera divennero molto popolari all’inizio del XIX secolo, un periodo molto interessante per la storia delle donne. Il movimento suffragista stava muovendo i primi passi e le donne cominciavano a chiedere più controllo sulla propria vita. Parallelamente se il razionalismo della fine del Settecento non poteva che considerare l’alienazione una deviazione oggetto di condanna, la nuova sensibilità romantica che si affaccia all’inizio dell’Ottocento, la vede come una finestra sulla vita interiore. Non a caso in quel periodo cambia l’approccio alla cura della salute mentale e, se prima un malato veniva spesso rinchiuso ed emarginato, col mutare del pensiero collettivo si incomincia a pensare di poterlo curare e reinserire nella società. Fino ad allora il manicomio era stato usato per “collocare” donne problematiche, infedeli o imbarazzanti per la società come quelle che avevano figli fuori dal matrimonio. È questa nuova sensibilità, a mio avviso, che spinge i compositori e gli scrittori del tempo ad esplorare la follia femminile, spesso prodotto di un’indipendenza negata.

 

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