A farci compagnia in questo numero di OperaLife è il soprano Francesca Aspromonte, classe 1991. Conosciuta come una delle migliori interpreti del repertorio classico e barocco, Francesca Aspromonte è stata allieva di Renata Scotto presso l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e si è diplomata con lode in canto lirico al Mozarteum di Salisburgo sotto la guida di Boris Bakow. 

Si è esibita su palcoscenici quali il Teatro alla Scala, la Carnegie Hall, il Theatre des Champs-Elysees, l’Opéra de Versailles, la Wiener Konzerthaus, il Teatro La Fenice, il Wiener Musikverein, la Royal Albert Hall, il Barbican Centre, la Sala Grande del Conservatorio e la Zaryadye Hall di Mosca, il Teatro Real de Madrid, la Fondazione Gulbenkian di Lisbona, la Filarmonica di Essen, il Grand Theatre de Provence, lavorando con direttori del calibro di Zubin Metha, John Eliot Gardiner, Ivor Bolton, Gustavo Gimeno, Christophe Rousset, Diego Fasolis, per citarne alcuni. Francesca ha inciso per Deutsche Grammophon, Sony DHM, Alpha Classics, Ricercare, ed ha un’esclusiva discografica con Pentatone Classics. Dal 2019 è docente presso il Conservatorio Reale dell’Aia.

Andiamo a conoscerla!

Benvenuta Francesca! Per rompere il ghiaccio partiamo sempre dall’inizio. Qual è la scintilla che ti ha fatto avvicinare alla musica e al canto lirico?

Bentrovati amici di OperaLife, è un grande piacere!
Sono stata una bambina fortunata. Infatti c’è sempre stata musica in casa mia, fatta amatorialmente e per lo più popolare, ma avevo accesso a molti strumenti. Ho manifestato molto presto interesse per i tasti bianchi e neri, così ho iniziato a studiare il pianoforte e questo mi ha portata al Conservatorio. Ho sempre detestato il canto lirico: sono originaria del paesino in cui sono ambientati i “Pagliacci” di Leoncavallo e ogni estate mi toccava ascoltare quelli che all’epoca definivo “strilli” e non mi piaceva affatto. Fu il maestro di coro in Conservatorio a stimolare la mia passione per la musica vocale. Mi coinvolse in tanti splendidi progetti e fu lui a dirmi che avrei dovuto iniziare a studiare canto. Finché una sera ci fu la scintilla: durante un concerto in cui cantavo nel coro, ascoltai la solista intonare “l’Exsultate Jubilate” di Mozart e ne rimasi folgorata. Si mosse qualcosa che non so spiegare, sentii che quella era la mia strada e che volevo imparare a cantare come lei, per poter un giorno eseguire anch’io un pezzo così bello. Il caso volle che fosse proprio lei a guidarmi nei miei primi “strilli”. Quindi ripeto: sono stata una bambina fortunata.

Ti sei interfacciata giovanissima al mondo del teatro. Qual è l’aspetto più difficile secondo te di questo lavoro? C’è spazio per i giovani?

Giovanissima, forse fin troppo! Con il senno del poi, avrei iniziato con più calma, ma a quell’età come si fa a rinunciare quando si sta realizzando il sogno di una vita? Per me la parte più difficile è sempre stata quella logistica, anche se i motivi sono cambiati negli anni. Quando ho cominciato, vivevo a Salisburgo, uno dei posti peggio collegati d’Europa. Ogni viaggio per andare al lavoro era lunghissimo e pieno di scali; facevo molti tour all’epoca e il binomio viaggio/concerto, nonostante la prestanza della giovane età, non è mai stato felice. Adesso ho una casa mia, una famiglia e, soprattutto, dopo la pandemia, partire per lunghi periodi non è mai stato così pesante. Quando c’è da preparare una valigia per uno/due mesi fuori, è sempre un “non ci voglio andare” che dura qualche giorno, fino alla partenza.
È sempre stato un mondo complicato quello dell’opera, ma, sempre dopo la pandemia, ho il sentore che per i giovani sia diventato ancora più difficile. Le mode influiscono molto di più sulle scelte di casting, i ricambi sono più frequenti, le opportunità poche, molti si sentono in dovere di accettare qualsiasi cosa pur di lavorare, rischiando di usurare lo strumento e “durare poco”. Bisogna avere davvero una grande determinazione.

 

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