A farci compagnia in questo numero di OperaLife è il soprano Alessia Panza. Ha iniziato lo studio della musica con il clarinetto, per poi dedicarsi al canto e diplomarsi con lode e menzione d’onore al Conservatorio “A. Boito” di Parma. Ha perfezionato la sua formazione presso prestigiose accademie, tra cui l’Accademia Verdiana di Parma e l’Accademia del Belcanto di Martina Franca.
Vincitrice di numerosi concorsi internazionali, si è distinta con premi al Concorso AsLiCo, al Concorso Lirico Internazionale di Portofino e al Maria Callas di Brescia. Ha cantato in importanti teatri e festival, tra cui il Festival Verdi, la Konzerthaus di Vienna e la Philharmonie di Berlino, collaborando con direttori come Zubin Mehta e Daniele Gatti. Il suo repertorio spazia dal Belcanto a Verdi fino al Verismo, con ruoli che includono Mimì, Desdemona, Luisa Miller e Giovanna d’Arco.
È un piacere averti qui con noi oggi. Per iniziare, come è nata la tua passione per il canto lirico
La mia passione per il canto è nata fin da bambina, grazie al mio primo incontro con la musica all’età di sette anni, quando ho iniziato a suonare il clarinetto. A dieci anni ero già entrata nella banda del paese, dove spesso si esibivano cantanti lirici, soprani e tenori: fu allora che, per la prima volta, rimasi affascinata dal mondo dell’opera. Per caso, poco dopo, mi iscrissi al coro di voci bianche insieme a mia sorella e al mio migliore amico dell’epoca. Iniziai così a cantare e, contemporaneamente, a esibirmi con la mia banda. Da quelle esperienze nacque un amore profondo per il canto e per l’opera in particolare: alle scuole medie avevo già capito che non si trattava solo di un hobby, ma di una vera passione che desideravo trasformare in un mestiere. Tant’è che poi mi sono iscritta al liceo musicale, dove ho iniziato con maggiore rigore a studiare e ad ampliare le mie conoscenze.
Sei partita dal clarinetto per poi approdare al canto lirico: cosa ti ha fatto capire che la voce sarebbe diventata il tuo strumento principale?
Ho capito che il canto sarebbe stata la mia strada, e non il clarinetto, nel momento dell’iscrizione al liceo musicale. Lì mi trovai a dover scegliere tra i due strumenti, poiché il percorso prevedeva lo studio obbligatorio di uno strumento monodico e di uno polifonico. Scelsi il canto come principale e l’organo come secondo strumento, continuando comunque a suonare il clarinetto al di fuori del percorso accademico, con il mio maestro della banda. Allo stesso tempo, c’erano motivazioni più personali. Con il canto mi sono sempre sentita padrona dello strumento, perché, in fondo, siamo noi stessi il nostro strumento, mentre con il clarinetto non mi sentivo mai del tutto a mio agio. Anche negli esami o nelle esibizioni, l’agitazione era molto più forte quando suonavo rispetto a quando cantavo, dove invece mi sentivo libera e serena. E poi, col tempo, mi sono accorta che forse potevo dare di più nel canto: ero semplicemente più portata, più naturale in quello. È stato un percorso di consapevolezza graduale, ma alla fine ho capito che la mia vera vocazione era la voce. Il clarinetto è rimasto una passione che ancora oggi coltivo nel tempo libero. Lo porto spesso con me nei viaggi o lo suono quando torno al mio paese, anche nella banda, sia con il clarinetto che con il clarinetto basso, come facevo da bambina.