La musica è una disciplina che pervade l’intera società, che unisce e crea ponti tra le persone. Un insieme di melodie conosciute e musiche familiari che formano un patrimonio condiviso e comunemente apprezzato.

All’interno di questo contesto, chi ascolta musica diversa da quella della massa, non può che sentirsi differente sotto alcuni punti di vista, distante dai riferimenti culturali degli altri e, in un qualche modo, irraggiungibile dalla società. Chiunque sia ascoltatore assiduo di musica classica e opera si sarà sentito, almeno una volta, lontano dai canoni condivisi dalla maggior parte della società. Non conoscere le canzoni più popolari del momento, non sapere i testi come tutti gli altri o non riuscire a cantare i ritornelli più famosi sono alcuni dei “sintomi” di questa distanza. Io più volte mi sono sentito così e – parlando con altri musicisti e cantanti – mi sono reso conto che è uno stato d’animo condiviso e piuttosto comune.

Badate bene, non intendo dare un giudizio su quale sia la musica migliore, più significativa o apprezzata, voglio descrivere, piuttosto, un sentimento che potrebbe essere familiare anche a chi legge queste parole. E ricordiamo bene che amare l’opera o la musica colta non vuol dire rinnegare o non apprezzare quella leggera, anzi, molto più spesso una cosa non esclude l’altra.

Tuttavia, chi fa musica classica, ancora più di chi la ascolta, si rende conto di quanto sia settoriale la sua conoscenza, all’interno di un mondo che sembra fare di tutta l’erba un fascio. Da fuori, il nostro “settore” appare spesso come un cerchio ristretto e autoreferenziale in cui non c’è spazio per chi non è specializzato. Dall’interno, invece, si nota come l’ignoranza verso la nostra disciplina sia tristemente diffusa.

 

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