Da qualche anno a questa parte, il mondo della musica si sta aprendo alle diversità. Ne abbiamo parlato tante volte: la ricerca di un linguaggio queer, la capacità di comunicare con le minoranze etniche, l’attenzione verso l’altro, sia attraverso la scelta delle regie, sia a partire dalla programmazione stessa dei cartelloni teatrali. Il mondo appare sempre più colorato, e la musica – similmente alle altre arti – si pone il problema di come riuscire a rispettare e riconoscere l’esistenza di un bacino di utenza e di una popolazione sempre più eterogenee.

Questo riguarda anche le disabilità. Infatti, la maggior parte dei teatri si è impegnato, già nei decenni passati, ad abbattere le barriere architettoniche per permettere l’accesso fisico alle strutture anche a tutte quelle persone con disabilità motorie che altrimenti sarebbero rimaste escluse. Parallelamente, anche l’educazione scolastica e gli ambienti culturali sono diventati più sensibili e improntati a un insegnamento continuamente volto all’inclusività, specializzato nei riguardi delle grandi categorie ignorate nei decenni passati. Questa graduale apertura, che fortunatamente anche oggi vede un progresso costante (anche se a tratti difficoltoso), è riuscita a riflettersi anche in un approccio più attento e organizzato, con strumenti e tecnologie nuove, che hanno migliorato la fruizione dei differenti patrimoni culturali.

In ambito musicale la scommessa è stata grande e ancora oggi resta una questione parzialmente irrisolta: permettere alle persone non udenti di percepire la musica. Questa difficile missione è ancora da perfezionare e da diffondere con maggiore convinzione, ma sta fortunatamente trovando terreno fertile sia nella musica colta che in quella leggera.

 

 

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