Coronavirus: 18 milioni a rischio per i teatri

Il nuovo decreto legge emanato lo scorso 4 Marzo 2020, propone la chiusura di teatri, cinema e di ogni attività di spettacolo dal vivo fino al prossimo 3 Aprile.
Ma quali sono i danni per il settore?

Dalle prime stime, si desume che saranno enormi: 18 milioni di euro e 4mila lavoratori rischierebbero il posto di lavoro.
Solo in Lombardia, si stima che tra cinema e teatri, tra cui il Teatro alla Scala, le ultime due settimane di chiusura abbiano portato a più di 11 milioni di euro di mancati incassi.

Ma non è solo il botteghino delle istituzioni a perdere, ma anche e soprattutto artisti e operatori del settore. Solo a Milano si contano più di 2.000 lavoratori del settore cultura ora a rischio, soprattutto nei casi dei poco tutelati liberi professionisti.

E se per avere risposte certe bisognerà aspettare qualche settimana, se non qualche mese, è chiaro che un settore già in bilico e sempre alla ricerca di fondi come quello artistico, in questa situazione è tra quelli che più soffre le conseguenze.

Martina Smadelli

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A tu per tu con… Otello!

Signore e signori, è un piacere avere qui con noi oggi uno dei personaggi più emblematici della storia dell’Opera. Oggi vi presentiamo il grande Otello!

1) Buona sera Otello e grazie per essere qui con noi oggi. Sei un personaggio molto noto, una star che non ha bisogno di presentazioni perché la tua nomea ti precede. Come tutti noi sappiamo, la tua fama è dovuta anche all’omonima tragedia shakespeariana che per prima ha narrato le tue gesta. Quali punti avete in comune?

Grazie a te per l’invito, mi fa piacere essere qui con voi. Per quanto riguarda la mia storia, il Maestro Verdi è rimasto molto fedele all’originale trascritta da Shakespeare. Sono poche le parti che differiscono, quasi sottigliezze se guardiamo l’opera nel suo complesso, perché la tragedia che noi tutti ci troviamo a vivere è praticamente la stessa in entrambi i casi.
La storia si ripete ed è impietosa contro noi piccoli umani. Come si suol dire, non puoi scappare di fronte al tuo destino per quanto buio sia.

2) Otello tu sei un condottiero famoso, un comandante che ha combattuto e ha vinto, cosa che immagino ti abbia riempito di orgoglio e soddisfazione. Sei il “Moro di Venezia”, colui che ha sconfitto il nemico. Ora voglio chiederti, per quanto il tuo soprannome ti contraddistingua e ti renda unico, c’è stato un momento in cui ti è pesato? Essere un Moro a Venezia ti ha portato ad affrontare difficoltà maggiori rispetto agli altri?

Dichiarerei il falso se dicessi che non è così, sono pur sempre un moro alla corte della cristianità. Le mie doti nel combattere mi hanno aiutato a far passare le mie origini in secondo piano. È stato un cammino lungo, impervio, son partito da schiavo incatenato e sono arrivato a guidare la flotta in rappresentanza di Venezia. Vincere sì mi ha riempito d’orgoglio e mi ha levato di dosso l’amarezza degli sguardi ostili che ancora oggi mi pare di intravedere. Devi dimostrare ciò che vali per essere ritenuto un pari. A quanto vedo però voi avete ancora lo stesso problema, il tempo passa ma le cose non cambiano poi così tanto. Le origini di ciascuno sono aimè ancora, nella maggior parte dei casi, fonte di discriminazione.

 

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I vespri siciliani

I vespri siciliani o meglio Les vêpres siciliennes è la prima opera composta da Verdi su esplicita richiesta dell’Opéra di Parigi, ma il compositore non era nuovo al genere infatti, pochi anni prima, I lombardi alla prima crociata era diventato il grand-opéra Jerusalem. La prima parigina vi fu il 13 giugno 1855 mentre in Italia andò in scena qualche mese più tardi precisamente il 26 dicembre 1855 al Teatro regio di Parma con il titolo Giovanna di Guzman poiché la censura italiana ritenne l’argomento trattato dall’opera francese troppo sensibile e quindi l’azione fu spostata in Portogallo. Prima di continuare vi illustrerò la trama.

L’opera è fra le più lunghe di Verdi e si compone di 5 atti; l’azione si svolge in Sicilia nel 1282. In una piazza di Palermo i soldati invasori francesi festeggiano. Hélène, sorella del duca Federico d’Austria, desidera vendicare il fratello giustiziato dai francesi perciò incita i siciliani alla rivolta. La sommossa scoppia ma viene prontamente sedata dal governatore Guy de Montfort; nel contempo arriva Henri, un giovane siciliano, che non riconoscendo il governatore esprime il suo odio per questo. Montfort si palesa al giovane e nonostante tutto gli propone di diventare ufficiale dell’esercito francese ma Henri rifiuta. Il secondo atto si apre con lo sbarco del patriota siciliano Jean Procida, egli è raggiunto dai suoi seguaci, tra cui spiccano Hélène e Henri che discutono su come incitare i siciliani alla rivolta; inoltre i Henri ed Hélène si rivelano il proprio amore. Sopraggiungo dei soldati francesi che arrestano Henri e lo portano dal governatore. Nel frattempo alcune future spose palermitane vengono rapite dai soldati francesi, questo è il pretesto che induce i siciliani a sollevarsi contro gli oppressori. Il terzo atto si apre con un colloquio fra Monfort e Henri, il governatore confessa al giovane di essere suo padre. Durante una festa Henri incontra Hélène e Procida i quali gli annunciano che stanno per uccidere il governatore ma il giovane fa da scudo con il suo corpo salvando la vita del padre. I cospiratori sbigottiti dal tradimento di Henri vengono arrestati. Il quarto atto si apre con un colloquio fra i due giovani innamorati, Henri spiega il motivo del suo gesto e Hélène lo perdona. Nel frattempo Montfort ordina l’esecuzione dei prigionieri ma Henri lo supplica di risparmiarli, il governatore esaudirà la sua richiesta a patto che il giovane lo chiami ‘’padre’’. Henri, dopo una iniziale titubanza, si arrende così i cospiratori vengono risparmiati e Montfort ordina il matrimonio fra Hélène e suo figlio per i vespri dello stesso giorno. L’ultimo atto si apre con Hélène che riceve delle amiche in giardino. Sopraggiunge anche Procida che la avverte che quando le campane inizieranno a suonare partirà una sommossa. La donna si ribella ma viene accusata dal patriota di essere passata dalla parte del governatore. Le nozze vengono celebrate e al risuonare delle campane del vespro i siciliani guidati da Procida irrompono e uccidono il governatore e tutti i francesi.

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Quanta FORZA ha il destino?

Che ci crediamo o no, talvolta sembra esserci un filo invisibile che connette tutte le esperienze, le vicissitudini, le azioni e le reazioni nella vita di tutti i giorni. E noi lo chiamiamo destino.
Era destino, doveva andare così! – Esclamiamo quasi con rassegnazione di fronte ad un certo evento inaspettato.

L’incredibile inevitabilità dei fatti convinse Giuseppe Verdi nel mantenere quello che fu il titolo originale del dramma scritto dallo scrittore spagnolo Ángel de Saavedra, ovvero La FORZA del Destino, sottolineando in questo modo il destino mosso da una forza irrefrenabile, la cui azione porterà alla tragedia finale dei personaggi. Un’opera nuova e grandiosa, andata in scena al teatro Imperiale di San Pietroburgo nel 1862.

L’aspetto curioso di quest’opera sono proprio le situazioni paradossali che si vengono a creare, quasi conducendo lo spettatore a pensare: “Mah..!! Che sfortuna!”. Ed è proprio per quest’aura di sfortuna associata nel tempo a quest’opera che talvolta viene chiamata senza il titolo per esteso o con appellativi quali “l’Innominabile” di Verdi.
C’è un destino tragico presente in tutta l’opera e Verdi ce lo propone con un tema di 4 note ripetute come onde che violentemente si abbattono di continuo sugli scogli: il tema del Destino è proposto esplicitamente nella grandiosa Ouverture, ma viene in seguito ripreso spesso all’interno dell’opera associandola in particolare alla figura di Leonora, fino alla fine.

Ma come interviene questo destino avverso nei fatti raccontati nell’opera?

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Non chiamatelo “lieto fine”: chiamatela “indifferenza”

Pochi giorni fa, ho creato un sondaggio su Instagram, e approfondito con persone fidate, sulla tematica della morte all’interno dell’opera.

Se un’opera dovesse essere composta oggi, sarebbe più opportuno che fosse a lieto fine o una tragedia? Su Instagram il 73% percento dei partecipanti al sondaggio preferisce il lieto fine. Al sondaggio hanno partecipato appassionati, gente del mestiere e persone che non hanno nulla a che fare. Sono andato a verificare personalmente, con persone fidate, questi dati. La variazione del risultato non è degna di nota, tanto piccola è.

Ci sono tante commedie ma le opere più celebri sono tragedie. Questo perché? Dal ‘600 al 25 aprile 1926 erano tutti depressi? “È così bella cosa il ridere…” disse un certo, sconosciuto, Giuseppe Verdi.

Suggerisco l’idea che sia cambiata la mentalità nella società in cui viviamo… ho constato che c’è una certa noncuranza della morte oggi, soprattutto tra noi giovani. Ci crediamo immortali: proprio pochi giorni fa l’ennesimo caso di giovane ubriaco alla guida, e fortunatamente non è successo niente.

Io, d’altro canto, sono stato più volte chiamato, e anche recentemente, a vivere situazioni da cui si potrebbe, tranquillamente, trattare ispirazione per un’opera (piccolo anticipazione: “Gioventù”). Eppure nemmeno io, che ho ideato il soggetto e scritto il libretto, sono immune da questa credenza.

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