Siamo stati al Teatro Sociale di Rovigo domenica 25 febbraio per l’opera Il turco in Italia, il dramma buffo in due atti con musiche di Gioachino Rossini e libretto di Felice Romano.
La direzione dell’orchestra è di Marco Crispo, che tiene un tempo continuo per non far perdere il ritmo della fantastica musica di Gioachino Rossini. Il cast è omogeneo e si dimostra l’altezza di un capolavoro tanto bello quanto elaborato dal punto di vista musicale.
Selim è interpretato da Maharram Huseynov che con il suo timbro caldo è una forte presenza scenica; riesce a regalare diverse nuance a questo personaggio, rendendolo non solo credibile ma anche di impatto dal punto di vista vocale.
La protagonista Fiorilla è interpretata dall’ormai celebre soprano italiano Giuliana Gianfaldoni, precisa dal punto di vista musicale specialmente nelle numerose agilità introdotte da Rossini. Un grande must sono poi i suoi filati in pianissimo, che dimostrano le qualità tecnico-vocali di questa artista, capace non solo di essere puntuale ma di portare il suo pubblico all’interno della vicenda.
Don Geronio è interpretato da Giulio Mastrototaro un artista di esperienza, divertente e ironico, che racconta il suo personaggio attraverso la voce, portando il recitar cantando in scena; dello stesso stampo troviamo Bruno Taddia che interpreta Prosdocimo, un vero narratore della vicenda; dimostra la sua maestria attraverso una grande interpretazione e un’incredibile consapevolezza scenica quasi facendoci dimenticare chi sta cantando e non recitando (grande prova di maestria).
Don Narciso è Francisco Brito giovane artista con un già espresso ottimo potenziale vocale, acuti di facili e brillanti risulta essere in perfetta armonia con il suo personaggio.
Lo stesso vale per il personaggio di Albazar, Antonio Garés, e per il personaggio di Zaida, Francesca Cucuzza, lineari e ben amalgamati con il resto del cast, portano energia sul palcoscenico con voci fresche e brillanti.
Dal punto di vista musicale uno spettacolo molto riuscito anche grazie alle due punte di diamante Bruno Taddia e Giuliana Gianfaldoni.
Il fiore all’occhiello di questa produzione risulta essere la grande forza delle scene di Guido Buganza, che con maestria vengono utilizzate dal regista Roberto Catalano.
La cornice si chiude con i costumi di Ilaria Ariemme e le luci di Oscar Frosio.
L’unione di questi quattro nomi evidenziano il concetto del regista nel portare in scena delle riflessioni sul consumismo, oltre che l’alternanza di questi due colori il giallo e il blu ricordano un’opera d’arte su tela.
Una regia interessante, brillante che non solo è capace di sorprendere ma di fare emozionare e di non uscire mai dal libretto.
Una scelta audace per il Teatro Sociale di Rovigo, ma devo dire anche una scommessa vinta a pieni voti.
A presto Rovigo.

 

Alessandra Gambino

Credits photo Valentina Zanaga – Archivio del Teatro Sociale di Rovigo