Quando lo spettacolo finisce e l’umanità no

A tutti è capitato di andare a teatro e di assistere a uno spettacolo. Ad alcuni, probabilmente, è anche capitato di essere dall’altra parte: di esibirsi, di vivere l’adrenalina che anticipa lo spettacolo, di mostrare al pubblico la propria arte, di inchinarsi davanti agli spettatori e di ricevere un caloroso applauso. Spesso non importa neanche se un artista si sta esibendo nel teatro di quartiere, in un ambiente spartano o se si è su un palco vero e proprio: la gioia e la soddisfazione che si provano quando termina l’esibizione sono puro calore. In quei momenti, l’artista si sente appagato, percepisce il premio di anni di fatica, di ore e giornate intere impiegate per esercitarsi e per raggiungere un livello adeguato e apprezzato.

Siamo onesti: tante volte io stesso ho posto l’attenzione sulle difficoltà che un artista incontra, specialmente nella fase di avvio della propria carriera. I grandi cantanti, i musicisti solisti, gli étoile, i registi affermati, i direttori d’orchestra e i musicologi più noti sembrano sempre distanti, inarrivabili. Questa distanza si fa ancora più angosciante quando ci si sente immersi, giorno dopo giorno, in un ambiente competitivo, dove il paragone con gli altri è costante e la carriera avanza non solo grazie a successi, ma molte più volte grazie ai frammenti ricostruiti dopo un passo falso.

In un mondo in cui la bravura di un artista spesso non riesce a trovare un riscontro professionale concreto, in cui la società difficilmente riconosce la professione di chi lavora con la cultura e le arti, la gratificazione del pubblico resta una ricompensa a cui un professionista non riesce a rinunciare. E neppure quando la carriera avanza e la professione si afferma, non c’è artista che sia disposto a lasciare andare il calore e l’affetto degli spettatori.

 

 

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