16/06/2026

A volte la storia dell’opera si diverte a chiudere i propri cerchi, e il ritorno di Enrico di Borgogna a Venezia, questa volta nella preziosa cornice del Teatro Malibran, ne è la prova.

Nel novembre del 1818, un ventunenne Gaetano Donizetti debuttava sulle scene veneziane dell’allora Teatro San Luca con questo titolo semiserio, battezzato da una sfilza di sfortune epiche tra indisposizioni dei cantanti e riscritture dell’ultimo minuto. A distanza di due secoli, quel debutto è stato rievocato riprendendo il fortunato allestimento firmato da Silvia Paoli per il Donizetti Opera Festival di Bergamo del 2018. Il ripescaggio dall’oblio di questa partitura, con il libretto di quel Bartolomeo Merelli che anni dopo avrebbe ironicamente profetizzato la gloria di Giuseppe Verdi spingendolo a scrivere il Nabucco, mostra un Donizetti alle prime armi e rivela inevitabilmente le criticità della giovinezza. La trama presenta una storia piuttosto banale, con la solita coppia di amanti ostacolata dall’antagonista di turno, lunghi recitativi accompagnati al fortepiano e una drammaturgia statica dove non accade nulla di particolare. All’ascolto, la sensazione è quasi spiazzante: più che il padre del melodramma romantico, in tutta l’opera sembra di scorgere un compositore travestito da Gioachino Rossini, intento a maneggiare gli stessi passaggi e numeri musicali (molte le assonanze con Barbiere), il che spiega perfettamente il perché del suo lungo oblio storico. La vera intuizione della recita risiede però nella regia di Silvia Paoli che compie un’operazione acuta di metateatro. La scena si sviluppa su una grande piattaforma rotante che ricostruisce idealmente proprio il palcoscenico dell’antico Teatro San Luca, permettendo allo spettatore di sbirciare dietro le quinte, tra fondali e quinte dipinte. Laddove la trama rallenta, la regia accelera, compensando l’assenza di eventi con una movimentazione scenica frizzante, ritmata da mimi e personaggi che si muovono all’interno di un cortocircuito temporale affascinante. I pregevoli costumi settecenteschi di Valeria Donata Bettella insieme all’efficace disegno di luci di Fiammetta Baldiserri si mescolano così a immagini di sole e luna che richiamano i fasti barocchi della corte del Re Sole, passando per le suggestioni del teatro delle marionette e per arrivare ai coristi vestiti da rivoluzionari. Ciascun corista mostra un foglio recante una singola lettera, componendo visivamente davanti agli occhi del pubblico le scritte “Viva la libertà” e “Morte all’asburgico”. L’evocazione della fine del tiranno Guido supera così i confini della finzione borgognona per assumere una valenza storica locale: il riferimento all’occupazione austriaca di Venezia.

Sul fronte musicale, il Maestro Corrado Rovaris ha guidato l’orchestra del teatro La Fenice con una lettura molto fedele allo spartito originale di Donizetti. Il direttore ha ben retto i tempi serrati e veloci di certe chiuse, mantenendo sempre il giusto equilibrio così da non coprire mai la voce dei cantanti. Nel complesso la prova è stata convincente, nonostante qualche piccola sbavatura e un paio di passaggi fuori tempo tra la buca dell’orchestra e il palcoscenico. Molto buona anche la prestazione del coro maschile del Teatro La Fenice, preparato dal Maestro Alfonso Caiani. Oltre alla parte vocale, i coristi si sono mossi molto bene sul palco, gestendo con grande disinvoltura i numerosi cambi d’abito e i continui movimenti di scena richiesti dalla regia.

Nei panni del protagonista, Teresa Iervolino ci regala un Enrico en travesti deciso nel carattere e decisamente prestante dal punto di vista vocale. La cantante sfoggia un timbro pieno e omogeneo in tutti i registri, mostrando grande sicurezza nelle colorature. La sua linea di canto resta sempre nobile ed espressiva, con efficaci accenti eroici che emergono chiaramente nel rondò finale. Rispetto agli ascolti di qualche anno fa, la Iervolino ci è parsa oggi meno “contralto puro” e più orientata verso le comunque piacevolissime sonorità del mezzosoprano, andando così a personalizzare la scrittura musicale donizettiana con il suo attuale centro vocale.

Si conferma un’artista di grande classe Giuseppina Bridelli, abile nel muoversi tra il barocco e gli altri repertori con esiti sempre felici. Nei panni di Elisa, sfoggia un canto fluido e uniforme, dote che le permette di curare al meglio l’espressività delle frasi musicali e di superare senza sforzo le vette acute previste.

Dave Monaco affronta il ruolo di Guido con una voce armoniosa ed elegante, mostrando un’ottima musicalità e agilità naturali nel gestire la sua estensione. Supera senza esitazione lo scoglio dell’impervia ed impegnativa aria “Incerta smarrita”, sfoggiando acuti e sovracuti senza alcuna difficoltà. Ci azzardiamo a dire che per colore, timbro e acuti precisi ma mai esasperati, ricorda vagamente il primo Juan Diego Flórez. Un talento di cui siamo davvero curiosi di seguire i futuri sviluppi.

Calzante sotto ogni punto di vista l’interpretazione di Omar Montanari nei panni di Gilberto. Il baritono mette in campo una vocalità ricca e pastosa che si sposa a meraviglia con una trascinante ironia. Nei panni di Pietro troviamo invece Christian Collia, che dimostra fin da subito una notevole disinvoltura e sicurezza dal punto di vista attoriale. La sua prestazione vocale si è sviluppata in crescendo nel corso della recita: pur mostrando un timbro molto chiaro che in alcuni passaggi è parso ancora alla ricerca del focus ottimale e qualche piccola e comprensibile esitazione nell’emissione, il tenore ha saputo portare a termine la serata con una convincente tenuta scenica.

Il quadro degli interpreti si chiude positivamente grazie ai convincenti apporti di Giuseppe Toia (Brunone), Nicola Pamio (Nicola) e della brava Chiara Notarnicola (Geltrude), quest’ultima sempre precisa nel canto e capace di dare il giusto rilievo espressivo al proprio personaggio sul palcoscenico.

In un teatro popolato da moltissimi spettatori stranieri, i saluti finali sono stati accompagnati da applausi convinti e generosi. Il calore del pubblico si è fatto particolarmente sentire per i tre protagonisti, Iervolino, Bridelli e Monaco, accolti da autentiche punte di entusiasmo.

 

Alessandro Bugno