Speciale Danza a cura di Mattia Guerrini

 

Il 25 maggio del 1870 andava in scena per la prima volta all’Opéra di Parigi quello che sarebbe stato l’ultimo lavoro coreografico di Arthur Saint-Léon, Coppélia (o la ragazza dagli occhi di smalto). L’argomento, tratto dal racconto “Der Sandmann” di E.T.A. Hoffmann, preludeva alle scene di un teatro fatto di bambole e automi, che si estenderà nell’opera con la figura di Olympia e nel balletto fino alla creazione di Petruska nel 1910, estendibile poi al balletto triadico del Bauhaus. Sulla celebre ma sottovalutata partitura di Leo Delibes, il Teatro alla Scala ha inaugurato la nuova Stagione di Balletto proprio con Coppélia, assente dal Piermarini da ben quindici anni. Sulla ribalta milanese degli urlanti anni Settanta era ormai entrata in repertorio la versione di Enrique Martínez, nel 2009 era stata invece allestita la versione di Derek Deane. Per questa inaugurazione è stato proposto un nuovo allestimento firmato da Alexei Ratmansky, coreografo di nascita sovietica ma appartenenza ucraina. Non solo è stato direttore del Balletto del Bolshoi, ma si è imposto sulla scena mondiale – dunque anche oltreoceano – affermandosi come coreografo all’American Ballet. È noto per i grandi studi coreologici sulla “notazione Stepanov”, metodo che gli ha permesso di ri-allestire i grandi classici del repertorio (in particolare quelli di Marius Petipa) in maniera filologica e, contemporaneamente, aderenti al gusto personale.

Da ricordare, i maggiori coreografi del secolo scorso che hanno riadattato Coppélia secondo i loro gusti: da Aurelio Milloss a Pierre Lacotte, da George Balanchine a Roland Petit.

Coppélia altro non è che la più preziosa – o riuscita – creazione dello strambo dottor Coppélius, una bambola raffinata perennemente intenta a leggere un libro, affacciata alla finestra. E sarà proprio lei, una bambola, a mettere a repentaglio la storia d’amore dei due protagonisti, Franz e Swanilda.

 

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