25 gennaio 2024: il “Giulio Cesare” di Händel  è in scena al Teatro dell’Opera di Parigi. Sui social, il soprano Lisette Oropesa, voce apprezzata a livello mondiale, pubblica una sua foto con il costume di scena della produzione artistica. I commenti si spaccano in due grandi categorie: chi è sdegnato e chi celebra la bellezza del vestito scelto dalla regia.

Ma come mai lo sdegno? La risposta è evidente: la cantante, nella foto pubblicata, si copre un seno con la mano. Il pubblico insorge verso tanta volgarità, contro lo snaturamento dell’opera lirica, contro queste innovazioni insensate e inutilmente esplicite.

Oropesa era nuda? No, nella produzione indossava una tutina color carne, in stile Ferragni a Sanremo 2023. Peraltro, a completare il costume di scena, anche una veste bianca che lasciava esposto un seno di tessuto. Tuttavia, la semplice allusione ad una possibile nudità ha fatto insorgere gli spettatori.

La reticenza verso le innovazioni, i cambiamenti e le sovversioni registiche non è una novità nel grande pubblico, ma ciò che mi ha stupito è questo eccessivo pudore verso la corporeità dei cantanti. Il mondo della lirica, infatti, è sempre stato connotato da una sensualità delicata, trasmessa non solamente tramite la rappresentazione, ma contenuta nella voce e nella fisicità degli attori. La prima istituzione ad accorgersi di questa (pericolosa) sensualità è stata la Chiesa, che ha individuato nelle donne un oltraggio alla pubblica decenza, vietando la loro partecipazione nelle rappresentazioni.

A seguito di questa limitazione, si è diffusa la pratica dell’evirazione, per sostituire il timbro femminile, facendo a meno delle donne. Chi poteva essere meno sessualizzato di un cantante castrato? Manco a dirlo, persino loro, persone senza sesso per eccellenza, sono presto diventati protagonisti di dicerie e gossip di carattere erotico. I loro nomi erano al centro di pettegolezzi, la loro condizione particolare, dal punto di vista fisico e sessuale destava curiosità e smania di sapere inarrestabile.

 

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