Milano, Roma, Parma e altre città

Il mese di febbraio appena conclusosi si è dimostrato appagante, forse, specialmente per gli amanti della danza contemporanea. Sono state diverse le proposte nei teatri in giro per l’Italia: una Serata Giovani Coreografi al Teatro Nazionale di Roma e la serata Benjamin Millepied con i ballerini dell’Opera diretti da Eleonora Abbagnato, un trittico alla Scala di Milano, ma anche la Company Wayne McGregor con Autobiography v93 & v94 al Teatro Alighieri di Ravenna e A Dark Crystal Odyssey alla Triennale di Milano. Infine, fra le altre cose, due le compagnie di danza contemporanea ospiti al Regio di Parma: la Paul Taylor Dance Company e l’Aterballetto.

 

Milano: Smith/León e Lightfoot/Valastro

Tanto fumo e poco arrosto per il trittico allestito alla Scala. Scelti dal direttore del ballo Manuel Legris, i tre lavori proposti sul palcoscenico del Piermarini hanno globalmente riscontrato un buon successo di pubblico ma, allo stesso tempo, sollevato dubbi alla critica. “Reveal” è firmato da Garrett Smith, danzatore e coreografo americano che ha creato spettacoli per diverse compagnie, prime fra tutte lo Houston Ballet (dal quale proviene). Questo pezzo – qui in prima europea – su alcune delle più incantevoli note di Philip Glass, mette in luce di certo la bravura di dodici danzatori scelti per affrontare la cupa riflessione tra forze esteriori ed interiori, luce ed ombra, bene e male che questo pezzo richiede. Convince, fra tutti, la bravissima Agnese Di Clemente. Convincono invece molto meno il fumo che sovrasta l’intero palcoscenico e le luci poco accettabili per una produzione scaligera, nonché i continui riferimenti alla poetica del coreografo Jirí Kilián, anticipatore di questo codice estetico da almeno quarant’anni. A seguire è “Skew-Whiff”, un’interessantissima coreografia creata per l’NDT nel 1996 dal duo Sol León e Paul Lightfoot sull’Ouverture de “La gazza ladra” di Rossini. Quattro danzatori incipriati di bianco dalla testa ai piedi – letteralmente – danno adito a un amplesso smorzato tra interessanti fasci di luce, materializzando in maniera simpatica – attraverso la loro fisicità, rimarcata dalle impronte bianche che lasciano sulla superficie – quello che un amore fatto solo di parole non riuscirebbe a mostrare. Chiude la serata “Memento”, in prima assoluta, del milanese/parigino Simone Valastro. Sulle ormai più note (e già più volte utilizzate) musiche di Max Richter, una valle di corpi – tra sbuffi di fumo, ancora – usufruisce di tutta la scena: dalla buca d’orchestra al fondo della terza parete, tra corse, movimenti sincroni, canoni, arrampicate, rincorse in discesa. Ma anche qui, alcuni riferimenti si rivelano troppo diretti al lavoro di coreografi – solo per citarne alcuni – quali Crystal Pite, Jerome Robbins, Bob Wilson/Lucinda Childs.

Rimane quindi da chiederci cosa ci sia di veramente innovativo in questo trittico, o semmai verso quale tipologia di contemporaneità stiamo andando incontro.

 

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