OperaLibera e OperaLife questo mese vi accompagnano a Bergamo, l’“alpina città d’Italia” come la definiva Francesco Petrarca.

 

Da molti anni ormai la città natale di Gaetano Donizetti ospita il Festival dedicato al compositore: un ciclone di musica e sentimenti, un grande gesto d’amore dei concittadini, insomma come diceva lo stesso musicista: “Voglio amore, che senza questo i soggetti sono freddi, e amor violento”. E violenta è la bellezza della musica donizettiana. Quest’anno possiamo assistere a tre gioielli, in parte dimenticati del maestro: il festival si è aperto con una importante produzione de “Il diluvio universale” opera del 1830; si è poi passati in città alta per assistere alla rara versione francese della “Lucia di Lammermoor” e si è tornati poi nel grande teatro Donizetti per assistere ad “Alfredo il Grande”, produzione che ci ha colpito particolarmente e di cui vogliamo parlarvi per esteso.

Ogni anno il Festival ripropone un titolo che ha debuttato esattamente duecento anni fa: ed è proprio la volta di questo Alfredo il Grande che debuttò nel 1823 al Real Teatro di San Carlo di Napoli. Un titolo particolare, che omaggiava l’analogo soggetto musicato dal maestro di Donizetti, Simone Mayr. L’opera si ispira alla vita e alle vicissitudini di Alfredo il Grande, sovrano del regno anglosassone occidentale del Wessex fra l’871 e l’899, venerato come santo dalla chiesa cattolica e anglicana. L’opera conobbe una sola messa in scena e, come è noto, gettò nello sconforto il compositore che scrisse allo stesso Mayr: “Parlo sincero (sarà quel che sarà), ma io non so far di più”. A duecento anni di distanza, e alla luce del Donizetti maturo, possiamo affermare che, al netto dell’improbabile libretto, l’opera ha momenti di valore, che anticipano la genialità dei capolavori del maestro. La partitura scelta per la prima esecuzione in tempi moderni è la edizione critica curata da Edoardo Cavalli.

 

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